LIBRO TERZO - LEGGI MORALI

LIBRO TERZO - LEGGI MORALI

 

 

1 - Legge divina o naturale

 

 

Caratteri della Legge naturale - Conoscenza e Fonti della Legge naturale - Il Bene e il Male - Divisione della Legge naturale.

 

 

Caratteri della Legge naturale

 

 

 

614 - Che cosa s’intende per legge naturale?

 

«La legge di Dio, la sola vera per la felicità dell’uomo. Essa gli indica ciò che deve fare o non fare, ed egli è sempre infelice, quando se ne allontana».

 

 

 

615 - La legge naturale è eterna?

 

«Eterna ed immutabile come Dio stesso».

 

 

 

616 - Può Iddio prescrivere agli uomini in un tempo ciò che avrebbe loro vietato in un altro?

 

«Dio non si può ingannare: soltanto gli uomini sono costretti a mutare le proprie leggi, perché imperfette; ma le divine sono perfettissime. L’armonia che regge i due universi, materiale e morale, è fondata sulle leggi che Dio ha stabilito ab aeterno».

 

 

 

617 - Che campi abbracciano le leggi divine? Riguardano altra cosa oltre il portamento morale?

 

«Tutte le leggi della natura sono divine, perché Dio è l’autore di tutte le cose».

 

- E’ dato all’uomo di conoscere a fondo così le leggi morali come quelle fisiche?

 

«Sì; ma all’uopo non basta una esistenza sola».

 

 

 

Che cosa sono infatti pochi anni per imparare tutto ciò che rende perfetto l’essere, anche se si consideri solo la distanza che separa il selvaggio dall’uomo incivilito? La più lunga esistenza possibile sarebbe insufficiente al bisogno, e con maggiore ragione quando essa è di breve durata, come accade di frequente.

 

Delle leggi divine, le une dirigono il moto e i rapporti della materia bruta: sono le leggi fisiche, e il loro studio spetta alla scienza. Le altre riguardano specialmente l’uomo in se stesso e nei rapporti con Dio e coi suoi simili. Comprendono le regole della vita tanto del corpo quanto dell’anima: sono le leggi morali.

 

 

 

618 - Le leggi divine sono identiche per tutti i mondi?

 

«La ragione ci dice che esse devono essere appropriate alla natura di ciascuno di essi, e proporzionalmente al grado di avanzamento degli esseri che lo abitano».

 

 

 

Conoscenza e Fonti della legge naturale

 

 

 

619 - Ha dato Iddio a tutti gli uomini i mezzi di conoscere la sua legge?

 

«Tutti possono conoscerla; ma non la comprendono. Quelli che la comprendono meglio, sono gli uomini dabbene. Verrà però il giorno, in cui la intenderanno tutti, perché bisogna che il progresso si compia». (Vedi numeri 171 - 222).

 

 

 

Conseguenza di questo principio è la giustizia delle diverse incarnazioni dell’uomo, poiché ad ogni nuova esistenza il suo intelletto si va svolgendo, e distingue meglio il bene ed il male. Se tutto si dovesse compiere per lui in una sola esistenza, quale sarebbe la sorte di tanti milioni di esseri che muoiono ogni dì nell’abbrutimento della barbarie; o nelle tenebre della ignoranza, senza che dipendesse da loro l’illuminarsi?

 

 

 

620 - L’anima, prima della sua unione col corpo, comprende la legge di Dio meglio che dopo la sua incarnazione?

 

«Prima d’incarnarsi la comprende secondo il grado di perfezione a cui è arrivata, e ne conserva il ricordo intuitivo dopo la sua unione col corpo. Ma i bassi istinti dell’uomo gliela fanno spesso dimenticare».

 

 

 

621 - Dove sta scritta la legge di Dio?

 

«Nella coscienza».

 

- Ma se l’uomo la porta già scritta nella sua coscienza, che bisogno c’era dunque di rivelargliela?

 

«Egli l’aveva dimenticata e trascurata: Dio volle che gli fosse ricordata».

 

 

 

622 - Ha dato Iddio a certi uomini la missione di rivelare la sua legge?

 

«Sì, in tutti i tempi, a Spiriti superiori incarnati allo scopo di far progredire l’umanità».

 

 

 

623 - Alcuni fra quelli che hanno preteso d’istruire gli uomini nella legge di Dio, non si sono ingannati, e non hanno fatto spesso traviare gli altri con principi falsi?

 

«Sì, perché non essendo ispirati da Dio, si arrogarono per ambizione una missione che non avevano; però, dal momento che furono uomini d’ingegno, in mezzo agli errori che insegnarono si incontrano assai spesso grandi verità».

 

 

 

624 - Qual è il carattere del vero profeta?

 

«Il vero profeta è un uomo giusto, ispirato da Dio. Egli si riconosce dalle sue parole e dalle sue opere. Iddio non si serve della bocca del mentitore per insegnare la verità».

 

 

 

625 - Qual è il tipo più perfetto, che Dio abbia dato all’uomo, perché gli serva di guida e di modello?

 

«Gesù».

 

 

 

Gesù di Nazareth rappresenta il tipo della perfezione morale, a cui può aspirare l’umanità terrestre. Dio ce lo ha dato come il modello perfetto, la cui dottrina è la più esatta espressione della sua legge, perché chi la bandiva era animato dallo Spirito di Verità. Egli fu l’essere più puro che sia mai disceso sulla terra.

 

Se alcuni di coloro che hanno preteso di istruire gli uomini nella legge di Dio, li hanno invece sviati con principi falsi, questo accadde perché si lasciarono padroneggiare da sentimenti troppo terreni, e perché confusero le leggi che reggono la vita dell’anima, con quelle che reggono la vita del corpo. Molti hanno spacciato come leggi divine quelle che altro non erano che leggi umane, create per soddisfare le loro passioni e dominare sui loro simili.

 

 

 

626 - Le leggi divine e naturali non furono rivelate agli uomini che da Gesù? E prima di lui non si conobbero che per intuizione?

 

«Non vi abbiamo già detto che esse sono impresse nella coscienza di ognuno? Dunque, tutti gli uomini che si sono dedicati allo studio della saggezza, hanno potuto comprenderle fin dai secoli più remoti, e coi loro insegnamenti, benché incompiuti, sono riusciti a preparare il terreno a ricevere il buon seme. Poiché le leggi divine sono scritte nel libro della natura, l’uomo ebbe sempre mezzo di conoscerle, quando le ha volute cercare: ecco perché i precetti che esse impongono furono proclamati in ogni tempo dai buoni, ed anche perché se ne trovano gli elementi nella dottrina morale di tutti i popoli usciti dalla barbarie, quantunque incompiuti ed alterati dall’ignoranza e dalla superstizione».

 

 

 

627 - Se Gesù ha insegnato le vere leggi di Dio, che bisogno c’è degli insegnamenti degli Spiriti? Hanno essi da insegnarci qualche cosa di più?

 

«La parola di Gesù era spesso allegorica ed in parabole, perché egli parlava secondo i tempi ed i luoghi; ma oggi è necessario che la verità sia intelligibile a tutti; è necessario spiegare bene e svolgere queste leggi, poiché assai pochi le comprendono, e pochissimi le praticano. Noi abbiamo la missione di colpire gli occhi e gli orecchi per confondere gli orgogliosi e smascherare gl’ipocriti, che esteriormente affettano virtù e religione per celare le proprie turpitudini. L’insegnamento degli Spiriti deve essere chiaro ed esplicito, affinché nessuno possa scusarsi con l’ignoranza e tutti abbiano agio di giudicarlo ed apprezzarlo con la ragione. Noi siamo mandati a preparare il regno del bene annunziato da Gesù, quindi bisogna che nessuno possa interpretare la legge di Dio secondo le sue passioni, né falsarne il senso che è tutto amore e carità».

 

 

 

628 - Perché non fu sempre messa la verità alla portata di tutti?

 

«Perché ogni cosa deve venire a suo tempo. La verità è come la luce: bisogna accostumarvisi a poco a poco, altrimenti abbaglia. Iddio non aveva mai, per l’addietro, concesso all’uomo di ricevere comunicazioni compiute ed istruttive come quelle di oggi, poiché, se negli antichi tempi alcuni erano in possesso di ciò che consideravano come una scienza sacra, di cui facevano mistero ai profani, voi, da quanto già conoscete intorno alle leggi che reggono questi fenomeni, dovete comprendere che essi ricevevano solo qualche verità isolata in mezzo a un insieme di equivoci e di cose enigmatiche. Però lo studioso non deve trascurare alcun sistema filosofico, alcuna tradizione, alcuna religione del passato, poiché tutto contiene germi di grandi verità, le quali, sebbene sembrino contraddittorie, sparse come sono in un pelago di accessori senza fondamento, possono con facilità coordinarsi in grazia delle chiavi, che lo Spiritismo vi dà, perché possiate comprendere una moltitudine di cose, che fino ad oggi hanno potuto sembrarvi senza ragione, ma la cui realtà ora vi è dimostrata indiscutibilmente; non tralasciate dunque di attingere in quei vecchi volumi argomenti di studio, poiché ne sono ricchissimi, e possono contribuire molto alla vostra istruzione».

 

 

 

Il Bene e il Male

 

 

 

629 - Qual è la definizione della morale?

 

«La morale è la regola per vivere rettamente, cioè, per distinguere il bene dal male. Essa è fondata sull’osservanza della legge di Dio. L’uomo vive rettamente quando fa tutto per il bene di tutti».

 

 

 

630 - Come si può distinguere il bene dal male?

 

«Bene è tutto ciò che è conforme alla legge di Dio; male tutto ciò che le è contrario. Per conseguenza, fare il bene è osservare la legge di Dio; fare il male è violarla».

 

 

 

631 - Ha l’uomo in sé i mezzi per distinguere ciò che è bene da ciò che è male?

 

«Sì, quando crede in Dio, e vuole seguire la virtù: Dio gli ha dato l’intelligenza, per non deviare dal sentiero del bene».

 

 

 

632 - L’uomo, poiché soggetto ad errare, non può ingannarsi nell’apprezzamento del bene e del male, credendo di far bene, quando invece fa male?

 

«Gesù ve lo ha detto: Fate, o non fate agli altri ciò che vorreste che si facesse, o non si facesse a voi. Osservate questo precetto, e non v’ingannerete».

 

 

 

633 - La regola del bene e del male, che potrebbe chiamarsi di reciprocità, non si può applicare ai doveri personali dell’uomo verso se stesso. Può egli trovare anche per questi una sicura guida nella legge naturale?

 

«Quando mangiate troppo, ne avete del male: è Dio, che vi dà la misura di quanto vi è necessario. Oltrepassando questa misura, siete puniti. E così in tutto. La legge naturale segna all’uomo i limiti dei suoi bisogni. Quando egli li oltrepassa, va subito incontro al castigo. Se l’uomo ascoltasse in ogni cosa la voce che gli grida: basta!, eviterebbe la maggior parte dei mali di cui accusa la natura».

 

 

 

634 - Perché è nella natura delle cose il male morale? Non poteva Iddio creare l’umanità in migliori condizioni?

 

«Ve lo abbiamo già detto: gli Spiriti furono creati semplici ed ignoranti (vedi n. 113). Dio lascia all’uomo la scelta della via che deve seguire. Peggio per lui se sceglie la cattiva, poiché il suo pellegrinaggio sarà più lungo. Se non ci fossero montagne, l’uomo non potrebbe comprendere ciò che siano la salita e la discesa, e se non ci fossero macigni, non capirebbe che ci sono dei corpi duri. Così lo Spirito acquista esperienza, e impara a conoscere il bene ed il male: ecco il perché dell’unione dello Spirito col corpo». (Vedi numero 119).

 

 

 

635 - I differenti stati sociali creano bisogni nuovi, che non sono eguali per tutti gli uomini. Dunque la legge naturale non è una regola uniforme?

 

«I differenti stati sono nell’ordine di natura e secondo la legge del progresso. Non rompono punto l’unità della legge naturale, che si applica a tutto».

 

 

 

Le condizioni d’esistenza dell’uomo cambiano coi tempi e coi luoghi: ne risultano per lui bisogni differenti e stati sociali ad essi appropriati. Ora, questa diversità, poiché è nell’ordine delle cose, è conforme alla legge di Dio, la cui verità non ne resta menomamente intaccata nel suo principio. Alla ragione tocca distinguere i bisogni reali dai fittizi o di convenzione.

 

 

 

636 - Il bene ed il male sono assoluti per tutti gli uomini?

 

«La legge di Dio è identica per tutti; il bene è sempre bene, il male è sempre male, qualunque sia la condizione dell’uomo; ma la differenza sta nel grado di responsabilità e nella intenzione».

 

 

 

637 - Il selvaggio, che nutrendosi di carne umana cede al suo istinto, è colpevole?

 

«Il male dipende tutto dalla volontà di farlo. L’uomo è tanto più colpevole, quanto meglio sa quello che fa».

 

 

 

Le circostanze danno al bene ed al male una gravità relativa. L’uomo commette spesso delle colpe le quali, benché conseguenze della condizione in cui lo ha posto la società, non sono punto meno riprovevoli: ma la sua colpevolezza è sempre in ragione della conoscenza che egli ha del bene e del male. Quindi l’uomo illuminato, che commette una semplice ingiustizia, è agli occhi di Dio più colpevole dell’ignorante selvaggio, che si abbandona ai propri istinti.

 

 

 

638 - Talora sembra che il male sia conseguenza della forza delle cose, donde spesso la necessità nell’uomo di sopprimere il suo simile. Vi è anche in questo caso trasgressione della legge di Dio?

 

«Il male non cessa di essere male, perché necessario; ma questa dura necessità scompare col purificarsi dell’anima, passando da una in un’altra esistenza: quando l’uomo commette il male, è tanto più responsabile, quanto più lo comprende».

 

 

 

639 - Il male che commettiamo, non è sovente il prodotto della condizione nella quale ci hanno messo altri uomini? E in tal caso, di chi è la colpa maggiore?

 

«Il male ricade sopra colui che ne è stato la causa, e quindi l’uomo che vi è trascinato dalla condizione in cui fu posto dai suoi simili, è meno colpevole di loro, poiché ciascuno, non solo pagherà la pena del male che avrà fatto lui, ma anche di quello che altri avrà commesso per sua colpa».

 

 

 

640 - Chi non fa il male, ma approfitta di quello fatto da un altro, è del pari colpevole?

 

«Come se lo commettesse lui poiché approfittarne è lo stesso che parteciparvi. Vero è che forse al punto di agire, se ne sarebbe astenuto; ma trovandolo fatto, se ne avvantaggia: vuol dunque dire che lo approva, e che lo avrebbe compiuto egli stesso, se avesse potuto, o se lo avesse osato».

 

 

 

641 - Il desiderio del male è tanto riprovevole quanto il male stesso?

 

«Secondo i casi: resistere volontariamente al desiderio del male, specialmente quando si è nella possibilità di soddisfarlo, è virtù; non fare il male, solo perché ne manca l’occasione è colpa».

 

 

 

642 - Basta non fare il male per essere grato a Dio ed assicurarsi la felicità avvenire?

 

«No: occorre fare il bene nei limiti delle proprie forze, poiché ognuno renderà conto del male che nascerà a causa del bene che egli avrà trascurato di fare».

 

 

 

643 - Vi è qualcuno che, per la sua condizione, non sia nella possibilità di fare del bene?

 

«No; l’egoista solo non ne trova mai occasione. Basta essere in contatto con altri uomini per trovar modo di fare del bene, e ogni giorno della vita ne dà la possibilità a chiunque non è accecato dall’egoismo, poiché fare il bene non vuol dire soltanto esser caritatevole, ma anche rendersi utile secondo le proprie forze, ogni volta che in qualunque modo se ne presenta a lui l’occasione».

 

 

 

644 - L’ambiente, nel quale alcuni si trovano collocati, non è forse per loro la prima causa di molti vizi e delitti?

 

«Sì; ma quella è appunto la prova scelta dallo Spirito nello stato di libertà: egli ha voluto esporsi alla tentazione per avere il merito della resistenza».

 

 

 

645 - Quando l’uomo è in una certa maniera, immerso nell’atmosfera del vizio, il male non diventa per lui una attrattiva quasi irresistibile?

 

«Attrattiva sì, irresistibile no, poiché in mezzo a quell’atmosfera viziosa trovate non di rado grandi virtù. Queste virtù sono esercitate da Spiriti che ebbero la forza di resistere, e nello stesso tempo la missione di esercitare una benefica influenza sui loro simili».

 

 

 

646 - Il merito del bene che uno fa, è subordinato a condizioni? Vale a dire; vi sono diversi gradi nel merito del bene?

 

«Il merito del bene sta nella difficoltà: non ne ha nessuno chi lo fa a suo bell’agio senza il minimo sacrificio. Al povero, che divide con altri il suo tozzo di pane, Dio dà una ricompensa molto maggiore che al ricco, il quale dà il superfluo. Gesù lo disse quando parlò dell’obolo della vedova».

 

 

 

Divisione della Legge naturale

 

 

 

647 - La legge di Dio è contenuta completamente nell’amore del prossimo inculcato da Gesù?

 

«Esso comprende tutti i doveri dell’uomo verso l’uomo, e giova ad insegnare l’applicazione; ma la legge naturale abbraccia tutti i casi della vita, e l’amore del prossimo non ne è che una parte. Agli uomini occorrono regole precise: i precetti generali sono troppo vaghi, e lasciano adito alle più arbitrarie interpretazioni».

 

 

 

648 - Sta bene dividere la legge naturale in dieci parti, che sono le leggi di adorazione, di lavoro, di riproduzione, di conservazione, di distruzione, di società, di progresso, di eguaglianza, di libertà, e finalmente di giustizia, di amore e di carità?

 

«Questa è la divisione di Mosè, e abbraccia tutti i casi della vita. Potete dunque seguirla, ma senza darle un valore assoluto, che essa non ha, come tutti gli altri sistemi di classificazione, i quali dipendono dal vario modo di considerare una cosa. L’ultima legge è la più importante per il progresso spirituale dell’uomo, poiché comprende in sé tutte le altre».

 

 

 

2 - Legge di adorazione

 

 

 

 

 

Fine dell’Adorazione - Adorazione esterna o Culto - Vita contemplativa - Della Preghiera - Politeismo - Sacrifici.

 

 

 

 

 

Fine dell’Adorazione

 

 

 

649 - In che consiste l’adorazione?

 

«Nella elevazione del pensiero a Dio. Con l’adorazione ci avviciniamo a Lui».

 

 

 

650 - E’ questa adorazione effetto di sentimento innato, o di un insegnamento?

 

«Di sentimento innato, come quello della Divinità. La coscienza della propria debolezza porta l’uomo a prostrarsi davanti a Colui che lo può proteggere».

 

 

 

651 - Ci sono stati popoli privi del sentimento di adorazione?

 

«No, perché non vi furono mai popoli di atei. Tutti hanno il sentimento dell’esistenza di un Essere supremo».

 

 

 

652 - Dunque, si deve credere che l’adorazione abbia fondamento nella legge naturale?

 

«Essa è nella legge naturale come effetto di un sentimento innato nell’uomo; e perciò, quantunque sotto diverse forme, si trova presso tutti i popoli».

 

 

 

Adorazione esterna o Culto

 

 

 

653 - L’adorazione ha bisogno di manifestazioni esterne?

 

«La vera adorazione sta nel cuore. In ogni vostra azione pensate sempre che Iddio vi guarda».

 

- E’ utile l’adorazione esterna?

 

«Sì, purché non sia un vano spettacolo. Torna sempre utile il dare buon esempio; ma chi professa il culto per affettazione ed amor proprio, mentre col tenore della sua vita smentisce l’apparente sua pietà, dà un esempio pessimo, e fa più male di quanto non pensi».

 

 

 

654 - Iddio preferisce chi lo adora in una piuttosto che in un’altra forma?

 

«Dio preferisce chi lo adora dal profondo del cuore con sincerità, facendo il bene ed evitando il male, a quelli che credono di onorarlo con cerimonie, che non li rendono buoni verso i loro simili. Tutti gli uomini sono fratelli e figli di Dio: Egli chiama a sé tutti coloro che osservano le sue leggi, qualunque sia la forma con la quale lo adorano. Chi non ha che la maschera della pietà, è un ipocrita; chi affetta adorazione, e si contraddice con le opere, dileggia Iddio; chi giura di venerare il Cristo, ed è orgoglioso, invidioso, superbo, duro ed implacabile verso gli altri, o avido dei beni di questo mondo, ha la religione sulle labbra, ma non nel cuore. Iddio, che tutto vede, dirà: Costoro, che pur conoscono la verità, sono mille volte più colpevoli dell’ignorante selvaggio del deserto, e saranno trattati col rigore che meritano. Se un cieco vi urta passando, lo scusate; se all’opposto è un uomo, che ci veda bene, lo rimproverate con ragione. Quindi, non chiedete quale forma di adorazione sia la migliore, poiché sarebbe come domandare se torni più gradito a Dio di essere adorato in una lingua piuttosto che in un’altra. Lo ripetiamo ancora una volta: le parole e gli atti non giungono a Dio, che passando per il cuore».

 

 

 

655 - E’ biasimevole chi pratica una religione, a cui nel fondo del cuore non crede, quando lo fa per non dare scandalo a coloro che pensano diversamente?

 

«L’intenzione decide in questa, come in ogni altra cosa. Chi non è mosso se non dal rispetto delle credenze altrui non merita biasimo, e fa meglio di chi le volge in ridicolo, mancando di carità; ma chi la pratica per interesse o per ambizione, merita il disprezzo di Dio e degli uomini. Dio non gradisce coloro i quali per meritarsi l’approvazione delle persone, fingono di umiliarsi a Lui».

 

 

 

656 - L’adorazione in comune è preferibile all’adorazione individuale?

 

«Gli uomini, riuniti in comunione di pensieri e di sentimenti, possono avere più forza per chiamare i buoni Spiriti e la benedizione di Dio. Ma non crediate, però, che l’adorazione particolare sia meno gradita ed efficace».

 

 

 

Vita contemplativa

 

 

 

657 - Gli uomini che si danno alla vita contemplativa, giacché non fanno alcun male, e pensano sempre a Dio, ne hanno merito?

 

«No, poiché, se non fanno male, non fanno nemmeno alcun bene, e sono inutili; e inoltre non bisogna dimenticare che il non fare del bene è già un far male. Iddio vuole che si pensi a lui, ma non che si pensi solo a lui, altrimenti non avrebbe dato all’uomo doveri da compiere sulla terra. Chi si consuma nella meditazione e nella contemplazione non fa nulla di meritorio agli occhi di Dio, perché la sua vita è tutta personale ed inutile alla società, e Dio gli chiederà conto del bene che non avrà fatto». (Vedi numero 640).

 

 

 

Della Preghiera

 

 

 

658 - E’ gradita a Dio la preghiera?

 

«Sempre, se viene dal cuore, poiché per Lui l’intenzione e tutto. La preghiera che parte dal cuore è preferibile a quella che possiate leggere in un libro, per quanto sia bella, se la leggete più con le labbra che col pensiero. Iddio la gradisce, quando è espressa con fede, fervore e sincerità; ma la respinge, se viene da un cuore vano, orgoglioso ed egoista, salvo che non sia per atto di pentimento sincero e di vera umiltà».

 

 

 

659 - Qual è il carattere generale della preghiera?

 

«La preghiera è un atto di adorazione. Pregare Iddio è pensare a Lui, avvicinarsi a Lui, e mettersi in comunicazione con Lui. Con la preghiera, l’uomo si propone tre intenti, cioè lodare, chiedere, ringraziare».

 

 

 

660 - La preghiera rende migliore l’uomo?

 

«Sì, perché chi prega con fervore e fede è più forte contro le tentazioni del male, e Dio manda buoni Spiriti ad assisterlo. Questo soccorso non manca mai, se domandato con sincerità».

 

- Come va che alcuni, i quali pregano molto, sono tuttavia di pessimo carattere, diffidenti, invidiosi, fastidiosi, malevoli, intolleranti e talvolta anche viziosi?

 

«L’essenziale non è pregare molto, ma pregare bene. Costoro, credendo che ogni merito si acquisti con lunghe preghiere, le recitano meccanicamente, e chiudono gli occhi sui propri difetti. La preghiera per essi è una occupazione, un impiego di tempo: ma non uno studio di se stessi. Non è già il rimedio che sia inefficace, bensì la maniera con cui lo adoperano».

 

 

 

661 - Giova pregare Iddio, affinché ci perdoni le nostre colpe?

 

«Dio sa discernere il bene ed il male; la preghiera non cancella le colpe. Chi chiede a Dio il perdono dei suoi peccati, invano lo chiede se non cambia sistema di vita. Le buone opere sono le migliori preghiere, poiché i fatti valgono più delle parole».

 

 

 

662 - Giova pregare per gli altri?

 

«Lo Spirito di chi prega per altri agisce con la sua volontà di fare il bene. Con la preghiera attrae a sé i buoni Spiriti, che gli si associano nel bene che vuol fare».

 

 

 

Noi possediamo in noi stessi, per il pensiero e per la volontà, una potenza d’azione, che si estende molto al di là dei limiti della nostra sfera corporale. La preghiera per gli altri è un atto di questa volontà, e, se ardente e sincera, può chiamare in soccorso di coloro che ne sono l’oggetto i buoni Spiriti, che suggeriscono loro provvidi pensieri, e danno loro la forza del corpo e dell’anima di cui hanno bisogno. Ma anche qui la preghiera del cuore è tutto; quella delle labbra non vale a nulla.

 

 

 

663 - Le preghiere che facciamo per noi stessi possono cambiare la natura delle nostre prove, od esentarcene?

 

«Le vostre prove sono nelle mani di Dio, e ce ne sono di quelle che devono essere subite fino al termine; ma allora Dio tiene sempre conto della rassegnazione. La preghiera vi chiama intorno i buoni Spiriti, che vi danno la forza di sopportarle con coraggio e rassegnazione, ed in tal modo vi sembrano meno dure. La preghiera, giova ripeterlo, non è mai senza frutto, quando viene dal cuore, perché ritempra le energie dell’anima; la cosa è già per se stessa un gran bene. Aiutatevi, e il Cielo vi aiuterà: è una vecchia massima che tutti conoscete. Iddio, del resto, non può cambiate l’ordine della natura a piacere di ciascuno, perché ciò che è un gran male secondo le vedute meschine della vostra effimera vita, è spesso un gran bene nell’ordine generale dell’universo. E poi, quanti non sono i mali dell’uomo, di cui egli stesso è l’artefice per la sua imprevidenza, o per le sue colpe? Egli è punito dai propri errori. D’altra parte, le giuste domande vengono esaudite assai più spesso di quello che potrebbe sembrare: voi credete che Dio non vi abbia dato ascolto, perché non ha fatto un miracolo, mentre vi assiste con mezzi tanto naturali che vi sembrano effetti del caso o forza di circostanze. Il più delle volte, poi, Egli vi suscita nella mente l’ispirazione necessaria per togliervi d’impiccio da voi stessi».

 

 

 

664 - Giova pregare per i morti e per gli Spiriti che soffrono? E, se sì, come possono le nostre preghiere sollevarli ed abbreviarne i patimenti? Hanno esse la forza di piegare la giustizia di Dio?

 

«La preghiera non può avere l’effetto di mutare i disegni di Dio; ma l’anima, per la quale uno prega, ne risente sollievo come da una prova d’affetto che le si dà, perché all’infelice è sempre di conforto il trovare cuori caritatevoli, che lo compatiscono nelle sue pene. D’altra parte, con la preghiera l’anima viene eccitata al pentimento e al desiderio di fare ciò che si deve per essere felice: e in questo senso si può abbreviarne i dolori, se, dal canto suo, si è secondati con la buona volontà. Il desiderio, poi, di migliorarsi, eccitato dalla preghiera, chiama intorno allo Spirito sofferente Spiriti migliori, che vanno ad illuminarlo, consolarlo, a dargli speranza. Gesù pregava per le pecorelle smarrite, mostrandovi così che sareste colpevoli se anche voi non pregaste per quelli che ne hanno maggiormente bisogno».

 

 

 

665 - Quale valore ha l’opinione, che rigetta la preghiera per i morti, poiché non prescritta nei Vangelo?

 

«Il Cristo disse agli uomini: Amatevi come fratelli. Ora questa raccomandazione comprende quella d’impiegare tutti i mezzi possibili per dimostrarsi l’affetto, senza entrare nei particolari sul modo di conseguire il fine. Vero è che nessuna forza può distogliere Iddio dall’applicare a tutte le azioni dello Spirito la giustizia di cui Egli è la sorgente; ma non è meno vero che la preghiera fattagli per lo Spirito, per il quale nutrite affetto, è per lui un pegno di buona memoria, che non può non contribuire ad alleviarne le pene e a confortarlo. Si sa che da Dio gli verrà aiuto solo quando dimostrerà almeno un principio di pentimento; però anche prima l’Eterna Pietà gli nasconde che un’anima che lo ama si è occupata di lui, e gli si lascia il dolce pensiero, che l’intercessione di essa gli ha giovato. Allora ne risulta necessariamente da parte sua gratitudine e affetto per colui che gli ha dato quella prova di benevolenza e compassione, e così ubbidiscono entrambi alla divina legge d’amore ed unione fra tutti gli esseri proclamata dal Cristo».

 

 

 

666 - Si possono pregare gli Spiriti?

 

«Si possono pregare i buoni come messaggeri di Dio ed esecutori della sua volontà; ma il loro potere, proporzionato alla loro elevatezza, dipende sempre dal Signore di tutte le cose, senza il cui permesso non avviene nulla: perciò le preghiere agli Spiriti non hanno efficacia, se non sono gradite a Dio».

 

 

 

Politeismo

 

 

 

667 - Per quale ragione il politeismo, che vuole l’adorazione di più di una divinità, benché falso, è una delle credenze più antiche e più diffuse?

 

«Il concetto di un Dio unico non poteva essere nell’uomo che il frutto dello sviluppo intellettuale. Perciò egli, nell’ignoranza, incapace di concepire un Essere immateriale senza forma determinata, che agisse sulla materia, gli aveva dato gli attributi della natura corporea, cioè una forma e una figura: e quindi tutto ciò che pareva oltrepassare le proporzioni dell’intelligenza comune era per l’uomo una divinità; tutto ciò che egli non comprendeva, era l’opera di una potenza soprannaturale e da questo al credere di altrettante potenze individuali in quanti vedeva fenomeni straordinari, il passo era breve. Ma in tutti i tempi ci furono uomini illuminati, che, comprendendo l’impossibilità di quella moltitudine di poteri nel governo del mondo senza una direzione suprema, si elevarono al pensiero di un unico Dio».

 

 

 

668 - Dal momento che i fenomeni spiritici si sono prodotti in ogni tempo, ed erano conosciuti già nelle prime età del mondo, hanno contribuito anch’essi a far credere nella pluralità degli dei?

 

«Naturalmente gli uomini chiamavano Dio tutto ciò che era extraumano; quindi, gli Spiriti erano per essi tanti dei, e pertanto, quando un uomo superava tutti gli altri per chiare imprese, per genio, o per qualche singolare facoltà non compresa dal volgo, ne facevano un dio, e gli rendevano culto dopo la sua morte». (Vedi numero 603).

 

 

 

La parola Dio presso gli antichi aveva un significato estesissimo: non era, come ai giorni nostri, la personificazione del Signore della natura, ma la qualificazione generica di qualunque essere fuori dell’umanità. Ora, poiché le manifestazioni spiritiche avevano loro svelato l’esistenza di esseri incorporei operanti come forze della natura, li chiamarono dei, come noi li chiamiamo Spiriti. Questa, però, non è altro che una questione di vocaboli, con questa differenza, che nella loro ignoranza, mantenuta ad arte da coloro che vi trovavano il proprio interesse, innalzavano ad essi templi ed altari lucrosissimi, mentre per noi sono semplici creature di Dio, più o meno perfette, che hanno lasciato l’involucro terrestre. Chi studia accuratamente i diversi attributi delle deità pagane, vi riconoscerà quelli dei nostri Spiriti in tutti i gradi della scala spiritica, il loro stato fisico nei mondi superiori, le proprietà del perispirito, e il loro ingerirsi nelle cose della terra.

 

Il giudaismo e poscia il cristianesimo, venuti ad illuminare il mondo di luce divina, non poterono distruggere una cosa che è nella natura, ma fecero volgere l’adorazione verso colui a cui l’adorazione solamente appartiene. In quanto agli Spiriti, la memoria se ne è perpetuata sotto diversi nomi, secondo i popoli; e le loro manifestazioni, che non cessarono mai, furono interpretate in vario modo, e spesso sfruttate come miracoli: mentre la religione li ha stimati fenomeni soprannaturali, gli scettici li hanno reputati impostori. Oggi in forza di uno studio più grave, fatto in piena luce, lo Spiritismo, purgato dalle idee superstiziose, che lo travisarono per tanti secoli, ci rivela uno dei più grandi e più sublimi principi della natura.

 

 

 

Sacrificio

 

 

 

669 - L’uso dei sacrifici umani risale alla più remota antichità. Come mai fu indotto l’uomo a credere che potessero essere graditi a Dio?

 

«Anzitutto perché non conosceva Iddio come fonte di bontà. Nei popoli primitivi, la materia prevale sullo spirito, ed essi si abbandonano agl’istinti del bruto. Sono generalmente crudeli, perché il loro senso morale non è ancora sviluppato; e poi perché gli uomini primitivi dovettero naturalmente credere che una creatura animata avesse agli occhi di Dio molto più pregio che un corpo materiale. Questo li indusse ad immolare prima animali, e più tardi creature umane, poiché secondo la loro falsa credenza, pensavano che il valore del sacrificio fosse adeguato all’importanza della vittima. Nella vita materiale, seguendo le comuni abitudini, se offrite un dono a qualcuno, lo scegliete sempre di un prezzo tanto maggiore, quanto maggiore è l’affetto e la considerazione che con esso volete dimostrargli. Doveva essere anche così in quegli uomini rozzi per riguardo a Dio».

 

- Allora i sacrifici di animali hanno preceduto i sacrifici umani?

 

«E’ stato certamente così».

 

- Secondo questa spiegazione i sacrifici umani non avrebbero dunque origine in un sentimento di ferocia?

 

«No; ma nella falsa idea di rendersi grati alla Divinità. In seguito, gli uomini trascesero ancora di più immolando i loro nemici. Del resto, Iddio non ha mai voluto sacrifici, né di animali, né tanto meno di uomini: Egli non può essere onorato con l’inutile distruzione delle sue creature».

 

 

 

670 - Forse che i sacrifici umani consigliati da pia intenzione, hanno potuto essere grati a Dio?

 

«No, giammai; ma egli, giustissimo, pesa le intenzioni. Gli uomini immersi nell’ignoranza, hanno potuto credere di compiere atto degno di lode immolando un loro simile; e in tale caso Iddio guardò al pensiero, e non al fatto. Ma gli uomini, migliorandosi, hanno dovuto riconoscere il loro errore, e disapprovare questi sacrifici non certo degni di intelletti, anche non molto illuminati, poiché, quantunque gli intelletti fossero allora assai rozzi, tuttavia potevano avere qualche idea della loro origine e della loro meta, e molti avrebbero potuto comprendere per intuizione il male che facevano per soddisfare le loro passioni».

 

 

 

671 - Il sentimento che induce i popoli fanatici a sterminare, nelle guerre dette sante e col fine di rendersi accetti a Dio, coloro che professano altre credenze avrebbe forse la stessa origine di quello che un dì li portava ai sacrifici dei loro simili?

 

«No: questi popoli sono aizzati da Spiriti maligni, perché, facendo guerra ai fratelli, vadano contro la volontà di Dio, che comanda loro di amarli come se stessi. Tutte le religioni, o piuttosto tutti i popoli, adorano un medesimo Dio, poco importa sotto qual nome. Niente vi è mai stato di più abominevole delle guerre sterminatrici suscitate per questioni religiose fra i popoli illuminati, o dei più illuminati contro i meno, perché la religione di questi s’informa a principi di minore progresso. Voi pretendete di potere arrecare loro la parola d’amore e di pace insegnata da Colui che era animato dallo Spirito del Padre; ma come volete che ci credano, se la portate col ferro e col fuoco alla mano? Illuminarli è bene, fare loro conoscere la verità nella sua purezza è dovere; ma con la persuasione e la dolcezza, non con la violenza e col sangue. La maggior parte degli uomini non crede ancora alle nostre comunicazioni: ora, con quale diritto esigereste voi, che di queste comunicazioni siete convinti, che gli altri vi prestassero fede sulla parola, se le opere vostre smentissero la dottrina che predicate?».

 

 

 

672 - L’offerta dei frutti della terra era più grata a Dio che il sacrificio degli animali?

 

«Già ho risposto dicendo che Dio giudica l’intenzione, che è tutto, e non il fatto, che è nulla. Evidentemente, però, gli riuscivano più grati i frutti della terra che il sangue delle vittime. Ma vi fu detto, e vi ripetiamo: la preghiera che emana dal cuore è cento volte più cara a Dio di tutte le offerte, che mai potreste fargli».

 

 

 

673 - Non si potrebbero rendere grate a Dio tali offerte col consacrarle a sollievo di coloro che mancano del necessario? E in questo caso il sacrificio degli animali fatto con un fine utile non sarebbe meritorio, mentre era abusivo, quando non serviva a nulla, o non era utile che a persone agiate? Non sarebbe cosa pia dedicare ai poveri le primizie dei beni, che Dio ci accorda sulla terra?

 

«Dio benedice sempre coloro, che fanno del bene: consolare i poveri e gli afflitti è il miglior mezzo di onorarlo. Non dico già che siano da biasimare le cerimonie fatte per pregare Iddio; ma il molto danaro speso in esse potrebbe essere meglio impiegato. Dio predilige la semplicità in tutto. L’uomo, che apprezza l’apparenza più del sentimento, è di mente ottusa e piccina: pensate ora se Dio può dare maggiore importanza alla forma che alla sostanza».

 

 

 

3 - Legge di Lavoro

 

 

 

 

 

Necessità del Lavoro - Limite del Lavoro. Riposo.

 

 

 

 

 

Necessità del Lavoro

 

 

 

674 - La necessità del lavoro è una legge di natura?

 

«Il lavoro è una legge di natura appunto perché è una necessità e la civiltà obbliga l’uomo a lavorare di più perché ne accresce i bisogni e gli agi».

 

 

 

675 - Per lavoro si devono intendere le sole occupazioni materiali?

 

«No: lo Spirito lavora quanto il corpo. Lavoro è qualunque occupazione utile».

 

 

 

676 - Perché fu imposto all’uomo il lavoro?

 

«Perché conseguenza della sua natura corporea: è una espiazione, e in pari tempo un mezzo di perfezionare la sua intelligenza. Senza di esso, l’uomo rimarrebbe nell’infanzia intellettuale: giova perciò, che egli debba il suo nutrimento, la sua sicurezza e il suo benessere al proprio lavoro e alla propria attività. A colui che è troppo debole di corpo, Iddio ha dato, per supplirvi, la forza dell’intelletto; ma anche questo è un lavoro».

 

 

 

677 - Perché dunque gli animali non lavorano, e ai loro bisogni provvede la natura?

 

«Tutto lavora nella natura. Gli animali lavorano al pari di voi; ma il loro lavoro, come l’intelligenza, è limitato alla cura della propria conservazione: ecco perché in loro non produce il progresso, mentre negli uomini ha un duplice fine: la conservazione del corpo e lo sviluppo del pensiero che è anche esso un bisogno. Nel dire che gli animali fanno un lavoro limitato alla cura della propria conservazione, alludo allo scopo che riescono ad ottenere lavorando; ma poi, a loro insaputa, e mentre provvedono ai bisogni materiali, secondano anch’essi i disegni del Creatore, e il loro lavoro concorre non meno del vostro all’intento finale della natura, benché spessissime volte non ne scopriate il risultato immediato».

 

 

 

678 - E’ l’uomo soggetto alla medesima necessità di lavoro anche nei mondi più perfetti del nostro?

 

«La qualità del lavoro è relativa a quella dei bisogni: dove sono meno materiali i bisogni, è meno materiale anche il lavoro; ma non crediate per questo che l’uomo resti inerte ed inutile: l’ozio sarebbe un supplizio piuttosto che un premio».

 

 

 

679 - L’uomo che ha beni di fortuna sufficienti ad assicurargli la sussistenza, è esente dalla legge del lavoro?

 

«Può esserlo da quella del lavoro materiale, ma non dall’obbligo di rendersi utile secondo le sue forze e di perfezionare se stesso ed altri, il che è ugualmente lavoro. Se l’uomo al quale Dio ha largito beni di fortuna che bastino ad assicurarne la sussistenza, non è costretto a nutrirsi col sudore della sua fronte, è tanto più in dovere di adoperarsi a vantaggio dei suoi simili, poiché il suo comodo stato gli dà più agio di fare il bene».

 

 

 

680 - Non esistono uomini, che sono assolutamente inetti a qualunque lavoro, e dei quali è inutile l’esistenza?

 

«Iddio giustissimo non condanna se non colui che vegeta in volontaria inutilità, perché vive a spese dell’altrui lavoro. Ma egli vuole che ciascuno si renda utile in proporzione delle proprie forze». (Vedi numero 643).

 

 

 

681 - La legge di natura impone ai figli l’obbligo di lavorare per i genitori?

 

«Così come impone ai genitori quello di lavorare per i figli. Dio fece che l’amore filiale e l’amore paterno fossero sentimenti naturali, affinché, per l’affetto reciproco, i membri di una stessa famiglia si sentissero portati ad aiutarsi scambievolmente; ma questa legge di reciproco aiuto è troppo spesso trascurata dalla vostra presente società». (Vedi numero 205).

 

 

 

Limite del Lavoro. Riposo

 

 

 

682 - Il riposo, che è un bisogno dopo il lavoro, è anch’esso una legge di natura?

 

«Senza dubbio: serve a risarcire le forze del corpo, ed è anche necessario alla mente perché abbia il tempo di istruirsi, e potersi elevare al di sopra della materia».

 

 

 

683 - Quali sono i limiti del lavoro?

 

«Quelli delle forze; del resto Dio lascia all’uomo la sua libertà».

 

 

 

684 - Come va giudicato chi abusa della propria autorità per imporre ai suoi dipendenti un eccesso di lavoro?

 

«E’ una pessima azione. Chiunque ha l’autorità di comandare, è responsabile dell’eccesso di lavoro imposto ai suoi inferiori, poiché, così facendo, trasgredisce la legge di Dio». (Vedi numero 273).

 

 

 

685 - Ha l’uomo diritto al riposo nella sua vecchiaia?

 

«Sì, perché l’obbligo del lavoro è relativo alle forze».

 

- A chi spetta di soccorrere il vecchio, che ha bisogno di lavorare per vivere, ma non può?

 

«Il forte deve lavorare per il debole; in mancanza di famiglia, la società deve farne le veci: questa è la legge di carità».

 

 

 

Non basta dire all’uomo che deve lavorare; bisogna pure che chi si guadagna il pane con le proprie fatiche trovi da guadagnarselo. Quando la scarsezza di lavoro si fa generale, prende le proporzioni di un flagello, come la carestia. La scienza economica va cercando il rimedio nell’equilibrio fra la produzione ed il consumo; ma questo equilibrio, anche ammesso come possibile, avrà sempre delle intermittenze, e in questi intervalli l’operaio ha pur da vivere. Vi è un elemento, che non si è ancora fatto entrare abbastanza nel bilancio, e senza il quale la scienza economica non è che una teoria: l’educazione; non già l’educazione intellettiva, ma la morale, e non già l’educazione morale che si ottiene dai libri, ma quella che consiste nell’arte di formare i caratteri, quella che fa i costumi dei popoli, poiché l’educazione è l’insieme delle abitudini acquistate. Quando si pensi alla massa di individui gettati ogni giorno nel torrente della popolazione senza principi, senza freno, e abbandonati ai loro istinti; devono far meraviglia le sciagurate conseguenze che ne derivano? Quando quest’arte sarà riconosciuta, compresa e praticata. l’uomo porterà nel mondo abitudini d’ordine e di previdenza per sé ed i suoi, e di rispetto per tutto ciò che è rispettabile, abitudini che gli permetteranno di superare meno penosamente gli inevitabili giorni di calamità. Il disordine e l’imprevidenza sono due piaghe, che solo un’educazione bene intesa può guarire: questo è il punto di partenza, l’elemento reale del benessere, il pegno della sicurezza generale.

 

 

 

4 - Legge di riproduzione

 

 

 

 

 

Popolazione del Globo - Successione e Perfezionamento delle Razze - Ostacoli alla Riproduzione - Matrimonio e Celibato - Poligamia.

 

 

 

 

 

Popolazione del Globo

 

 

 

686 - La riproduzione degli esseri viventi è legge di natura?

 

«Non occorre domandarlo, perché senza la riproduzione il mondo perirebbe».

 

 

 

687 - Se la popolazione continua sempre a crescere come è accaduto fino ad oggi, arriverà il giorno in cui sarà esuberante sulla terra?

 

«No: Dio provvede a questo, e mantiene sempre l’equilibrio. L’uomo, che scorge solo una piccola parte del quadro della natura, non può giudicare dell’armonia dell’insieme».

 

 

 

Successione e Perfezionamento delle Razze

 

 

 

688 - Ci sono razze umane che diminuiscono a vista d’occhio; verrà il momento, in cui saranno scomparse dalla terra?

 

«Sì, ma altre già ne prendono il posto, come altre ancora prenderanno il vostro un giorno».

 

 

 

689 - Gli uomini del nostro tempo sono una creazione nuova, o i perfezionati discendenti degli esseri primitivi?

 

«Sono i medesimi Spiriti tornati a perfezionarsi in nuovi corpi, ma ancora lontani dalla perfezione. Così la razza umana presente, che col suo moltiplicarsi invade tutta la terra, e sostituisce le razze che si estinguono, avrà a sua volta il periodo di diminuzione, e sparirà, e allora la surrogheranno altre razze ancora più perfezionate, che discenderanno dalla presente, come gli uomini inciviliti odierni discendono dagli esseri bruti e selvaggi dei tempi primitivi».

 

 

 

690 - Dal lato puramente fisico i corpi della razza odierna sono una creazione speciale, o procedono dai corpi primitivi per via di riproduzione?

 

«L’origine delle razze si perde nella notte dei tempi; ma siccome esse appartengono tutte alla grande famiglia umana, qualunque sia il ceppo primitivo di ciascuna, hanno potuto mescolarsi e produrre nuovi tipi».

 

 

 

691 - Qual è, dal lato fisico, il carattere distintivo e dominante delle razze primitive?

 

«Sviluppo della forza brutale a spese della intellettiva. Ora è l’opposto; l’uomo usa meglio l’intelligenza che l’energia del corpo, e tuttavia produce cento volte di più, perché ha saputo mettere a profitto le forze della natura».

 

 

 

692 - Il perfezionamento delle razze animali e vegetali per mezzo della scienza è contrario alla legge di natura? Sarebbe forse più conforme a questa legge lasciare che le cose seguano il loro corso ordinario?

 

«Tutto deve farsi per giungere alla perfezione, e l’uomo è uno strumento, del quale Iddio si serve per conseguire i suoi fini. Ora, poiché la perfezione è la mèta a cui tende la natura, favorirla è rispondere ai suoi fini».

 

- Ma l’uomo, in genere, nei suoi sforzi per il miglioramento delle razze, è mosso da un sentimento personale, e non mira ad altro che ad accrescere i suoi piaceri: questo non ne diminuisce il merito?

 

«E che importa, purché il progresso si faccia? A lui la cura di rendere meritoria la sua opera con l’intenzione. D’altra parte, con questo lavoro egli esercita e svolge la sua intelligenza, ed è da questo lato che ne approfitta di più».

 

 

 

Ostacoli alla Riproduzione

 

 

 

693 - Le leggi e costumanze umane, che hanno per mira o per effetto di frapporre ostacoli alla riproduzione, sono contrarie alle leggi di natura?

 

«Tutto ciò che attraversa il cammino alla natura, è contrario alla legge generale».

 

- Però ci sono specie di esseri viventi, animali e vegetali, la cui riproduzione indefinita sarebbe nociva ad altre specie, e di cui ben presto rimarrebbe vittima l’uomo stesso; fa egli atto riprovevole col cercare di impedirne la riproduzione?

 

«Iddio ha dato all’uomo il potere su tutti gli esseri viventi affinché se ne valga per il bene, ma non ne abusi. Egli può regolare la riproduzione secondo i bisogni, ma non le deve porre ostacolo senza necessità. L’azione intelligente dell’uomo è un contrappeso stabilito da Dio per bilanciare le forze della natura, e questo fa egli, a differenza dei bruti, con cognizione di causa; ma anche gli animali cooperano a questo equilibrio, poiché col loro istinto di distruzione, mentre provvedono al proprio sostentamento, arrestano la moltiplicazione eccessiva, od anche pericolosa, delle specie animali e vegetali, di cui si nutriscono».

 

 

 

694 - Come giudicare le pratiche che impediscono la riproduzione per soddisfare la sensualità?

 

«Provano il predominio del corpo sull’anima, e quanto l’uomo sia schiavo della materia».

 

 

 

Matrimonio e Celibato

 

 

 

695 - Il matrimonio, cioè l’unione permanente di due esseri, è contrario alla legge di natura?

 

«E’ un progresso nel cammino dell’umanità».

 

 

 

696 - Che effetto avrebbe sull’umana società l’abolizione del matrimonio?

 

«Il ritorno alla vita bestiale».

 

 

 

L’unione libera e fortuita dei sessi è lo stato di natura. Il matrimonio è uno dei primi atti di progresso nelle società umane, perché stabilisce i vincoli di famiglia, e si ritrova presso tutti i popoli, benché in diverse condizioni. L’abolizione del matrimonio sarebbe quindi il ritorno all’infanzia dell’umanità, e porrebbe l’uomo al di sotto di certi animali, che gli danno l’esempio di costanti unioni.

 

 

 

697 - L’indissolubilità assoluta del matrimonio è nella legge di natura, o solamente nella legge umana?

 

«E’ legge umana assai contraria a quella di natura; ma gli uomini possono cambiare le proprie leggi: soltanto quelle della natura sono immutabili».

 

 

 

698 - Il celibato volontario è uno stato di perfezione, che ha merito innanzi a Dio?

 

«No; e coloro che scelgono questo stato per egoismo dispiacciono a Dio, e ingannano gli uomini».

 

 

 

699 - Ma non può il celibato essere in alcuni un sacrificio, allo scopo di dedicarsi interamente al servizio dell’umanità?

 

«La cosa è ben diversa; ho detto: per egoismo. Ogni sacrificio personale è meritorio, quando ha uno scopo di bene e quanto è più grave il sacrificio, tanto è maggiore il merito».

 

 

 

Iddio non si può contraddire, né può condannare ciò che ha fatto; dunque non può vedere un merito nella violazione della sua legge. Ma, se il celibato per se stesso non è meritorio, diventa tale quando, per la rinunzia alle gioie della famiglia, è un sacrificio fatto a vantaggio dell’umanità. Ogni sacrificio fatto a scopo di bene e senza secondi fini di egoismo, eleva l’uomo al di sopra della sua condizione materiale.

 

 

 

Poligamia

 

 

 

700 - L’uguaglianza numerica, che esiste press’a poco fra i sessi, è un segno della proporzione secondo cui devono essere uniti?

 

«Sì, perché nella natura tutto ha il suo fine».

 

 

 

701 - Quale delle due, la poligamia o la monogamia, è più conforme alla legge di natura?

 

«La poligamia è una legge umana, la cui abolizione segna un progresso sociale. Il matrimonio, secondo la volontà di Dio, deve essere fondato sull’affezione degli esseri che si uniscono: ora nella poligamia non c’è che sensualità».

 

 

 

Se la poligamia fosse legge di natura, dovrebbe essere universale; il che sarebbe materialmente impossibile, per l’eguaglianza numerica dei sessi. Va considerata invece come un’usanza, od una legislazione particolare appropriata a certi costumi, che il perfezionamento sociale fa scomparire a poco a poco.

 

 

 

5 - Legge di conservazione

 

 

 

 

 

Istinto di Conservazione - Mezzi di Conservazione - Godimento dei Beni della Terra - Necessario e Superfluo - Privazioni volontarie. Mortificazioni.

 

 

 

 

 

Istinto di Conservazione

 

 

 

702 - L’istinto di conservazione è una legge di natura?

 

«Senza dubbio; è dato a tutti gli esseri viventi, indipendentemente dal grado del loro sviluppo intellettuale; in alcuni è puramente meccanico, negli altri ragionato».

 

 

 

703 - Perché ha dato Iddio a tutti gli esseri viventi l’istinto della loro conservazione?

 

«Perché tutti devono concorrere ai fini della Provvidenza, Iddio ha dato a tutti il bisogno di vivere. E poi, la vita è necessaria al loro perfezionamento, ed essi lo sentono senza rendersene ragione».

 

 

 

Mezzi di Conservazione

 

 

 

704 - Poiché Dio ha dato all’uomo il bisogno di vivere, gliene fornisce i mezzi?

 

«Sì: se egli non li trova, vuol dire che non li comprende. Dio non poteva dare all’uomo il bisogno di vivere senza offrirgliene il mezzo. La terra produce il necessario, non il superfluo».

 

 

 

705 - Allora perché la terra non produce sempre quanto è necessario all’uomo?

 

«Perché l’uomo ingrato non ha abbastanza cura di questa eccellente madre. Spesso, inoltre, egli accusa la natura di ciò che è effetto della sua ignoranza, o della sua imprevidenza. La terra produrrebbe sempre il necessario, se l’uomo conoscesse la misura: se essa non basta a tutti i suoi bisogni, è perché egli, per procurarsi il superfluo, trascura spesso il necessario. Guardate l’Arabo nel deserto: egli trova sempre di che vivere, perché non si crea bisogni fittizi; ma, quando l’uomo sciupa la metà dei prodotti per soddisfare i suoi capricci, qual meraviglia, se poi gli fanno difetto? Ed ha forse ragione di lagnarsi di esserne sprovveduto, quando viene il tempo della carestia? In verità vi dico: la natura non è improvvida: è l’uomo che non sa bene regolarsi».

 

 

 

706 - Sotto il nome di beni della terra non si deve intendere solo i prodotti del suolo?

 

«Il suolo è la prima fonte da cui scaturiscono tutti i beni materiali, perché in sostanza, tutto quello di cui facciamo uso non è che una trasformazione dei prodotti del suolo: quindi per beni della terra bisogna intendere tutte quelle cose da cui l’uomo può trarre vantaggio».

 

 

 

707 - Ad alcuni mancano spesso i mezzi di sussistenza, mentre molti vivono in mezzo agli agi: chi devono incolparne?

 

«L’egoismo degli uomini, che non danno sempre quanto dovrebbero, e, più delle volte, se stessi. Cercate e troverete! Queste parole tuttavia non significano, che basti guardare a terra per trovarci ogni ben di Dio; ma che bisogna rintracciarlo con ardore, perseveranza, energia, senza lasciarsi scoraggiare dagli ostacoli, che, solitamente, sono mezzi per mettere alla prova la vostra costanza, la vostra pazienza e la vostra fermezza». (Vedi numero 534).

 

 

 

Se la civiltà moltiplica i bisogni, moltiplica anche le fonti del lavoro e i mezzi di vivere. Ma per questo riguardo l’opera sua può dirsi appena agli inizi: quando l’avrà compiuta, nessuno potrà più dire che manca del necessario, se non per sua colpa. Disgraziatamente, molti si avviano per una strada che non è quella tracciata dalla natura, e allora non riescono a dispetto del loro ingegno. Al sole vi è posto per tutti, purché ciascuno si accontenti del suo e non usurpi quello degli altri. La natura non può essere incolpata dei difetti dell’ordinamento sociale e delle conseguenze dell’ambizione e dell’esagerato amor proprio.

 

Cieco sarebbe tuttavia chi non riconoscesse il progresso compiuto anche in questo campo dai popoli più civili. In grazia dei lodevoli sforzi, che la filantropia e la scienza unite non cessano di fare per il miglioramento dello stato materiale degli uomini, e nonostante il continuo crescere delle popolazioni, l’insufficienza della produzione è attenuata, almeno in gran parte, e le annate più calamitose non hanno confronto con quelle che erano nei tempi andati. L’igiene pubblica, elemento essenzialissimo della forza e della sanità, ignorata dai nostri padri, ora è l’oggetto d’illuminata sollecitudine; l’infortunio e la sofferenza trovano ospitali rifugi; in ogni dove la scienza è indirizzata ad aumentare il benessere. Vogliamo dire forse che si è toccata la perfezione? Certamente no; ma quello che si è fatto dà la misura di quello che si può fare con la perseveranza, qualora l’uomo sappia cercare la sua felicità nelle cose positive, e non in utopie, che lo fanno retrocedere invece di progredire.

 

 

 

708 - Non vi sono condizioni nelle quali la privazione del più stretto necessario non dipende dall’uomo, ma è conseguenza della forza delle cose?

 

«Sì; sono prove tremende, che egli deve subire, e a cui sapeva di dover essere sottoposto: il suo merito in quei casi sta nella sottomissione alla volontà di Dio, qualora l’intelligenza non gli fornisca alcun mezzo per ovviarvi. Se è stabilito che egli soccomba deve accettare il sacrificio senza ribellarsi, pensando che l’ora della vera liberazione è venuta, e che il disperarsi all’ultimo può fargli perdere il frutto della sua rassegnazione».

 

 

 

709 - Coloro che in certe spaventose circostanze furono ridotti a sacrificare i loro simili per cibarsene, commisero un delitto? Nel caso affermativo, questo delitto è attenuato dal bisogno di vivere, cioè dall’istinto di conservazione?

 

«Vi ho già risposto, dicendo che all’uomo incombe subire con rassegnazione e coraggio tutte le prove della vita. Nel vostro esempio l’omicidio è delitto di lesa natura, colpa che sarà doppiamente punita».

 

 

 

710 - Nei mondi in cui l’organismo è fatto più sottile dalla purificazione, gli esseri viventi hanno bisogno di cibo?

 

«Sì; ma in rapporto con la loro natura: voi non trovereste i loro alimenti abbastanza nutrienti per i vostri stomachi materiali; quelli non potrebbero digerire i vostri».

 

 

 

Godimento dei Beni della Terra

 

 

 

711 - L’uso dei beni della terra è un diritto per tutti gli uomini?

 

«Diritto che è la conseguenza della necessità di vivere. Iddio non può aver imposto un dovere senz’aver dato anche il mezzo di compierlo».

 

 

 

712 - A che fine Iddio ha dato attrattive ai godimenti dei beni materiali?

 

«Per eccitare l’uomo all’adempimento del suo compito, ed anche per provarlo con la tentazione».

 

- E questa tentazione che scopo ha?

 

«Quello di svilupparne la ragione, che deve preservarlo dagli eccessi».

 

 

 

Se l’uomo non fosse spinto a servirsi dei beni della terra, la sua indifferenza avrebbe potuto pregiudicare l’armonia dell’universo; quindi gli fu dato lo stimolo del piacere, che lo sollecita a compiere i disegni della Provvidenza. Ma per questa stessa attrattiva Dio ha voluto inoltre provarlo con la tentazione, che lo trascina verso l’abuso, dal quale deve difenderlo la sua ragione.

 

 

 

713 - I godimenti hanno limiti segnati dalla natura?

 

«Sì: per farvi conoscere quello che è una vera necessità; ma voi con gli eccessi andate fino alla sazietà, e vi punite da voi stessi».

 

 

 

714 - Come si devono giudicare coloro, i quali cercano negli eccessi di ogni fatta un raffinamento di piacere?

 

«Come povere creature degne di compianto, piuttosto che d’invidia, poiché ben prossime alla morte».

 

- Alla morte fisica, o alla morte morale?

 

«All’una e all’altra».

 

 

 

L’uomo che negli eccessi di ogni genere cerca un raffinamento di piacere, scende al di sotto della bestia, poiché questa sa fermarsi alla soddisfazione del bisogno mentre egli rinunzia alla ragione, che Dio gli ha dato per guida, e quanto ne sono maggiori gli eccessi, tanto più predominio concede alla sua natura animale sulla spirituale. I dolori, le infermità, la morte stessa, conseguenze inevitabili dell’abuso, sono i castighi di chi trasgredisce la legge di Dio.

 

 

 

Necessario e Superfluo

 

 

 

715 - In che modo può l’uomo conoscere i limiti del necessario?

 

«Il saggio per intuito; gli altri per esperienza e a proprie spese».

 

 

 

716 - Non ci ha forse la natura segnato i limiti dei bisogni col nostro stesso organismo?

 

«Sì; ma l’uomo è insaziabile. La natura ha tracciato i limiti dei suoi bisogni nel suo stesso organismo, ma i vizi gli hanno alterato la costituzione, e creato bisogni che non sono reali».

 

 

 

717 - Che dire di coloro i quali incettano i beni della terra per procurarsi il superfluo a pregiudizio di quelli che mancano del necessario?

 

«Ignorano la legge di Dio, e dovranno rispondere delle privazioni fatte soffrire agli altri».

 

 

 

I limiti del necessario e del superfluo non sono assoluti. La civiltà ha creato bisogni, che non ha lo stato di natura, e gli Spiriti che dettarono questi precetti, non pretendono che l’uomo civile debba vivere come il selvaggio. Tutto è relativo: sta alla ragione l’evitare gli eccessi. L’incivilimento svolge il senso morale, e non il sentimento di carità, che porta gli uomini a prestarsi vicendevolmente aiuto. Chi vive a spese delle altrui privazioni, sfrutta a proprio vantaggio i benefici della civiltà, di cui non ha che la vernice, come molti di religione non hanno se non la maschera.

 

 

 

Privazioni volontarie. Mortificazioni.

 

 

 

718 - La legge di conservazione obbliga a provvedere ai bisogni del corpo?

 

«Sì: senza la forza e la salute il lavoro è impossibile».

 

 

 

719 - Fa male chi cerca il benessere?

 

«Il benessere è un desiderio di natura, e Dio non vieta che l’abuso, perché contrario alla conservazione. Dunque non fa male chi cerca il benessere, purché questo non sia procacciato a danno di alcuno, e non indebolisca le sue forze né morali, né fisiche».

 

 

 

720 - Le privazioni volontarie per volontaria espiazione hanno merito presso Dio?

 

«Fate del bene agli altri e meriterete di più».

 

 

 

721 - La vita di mortificazioni ascetiche fu praticata in tutta l’antichità da popoli diversi: è meritoria per qualche rispetto?

 

«Chiedetevi a chi giovi, e avrete la risposta. Se essa non serve che a chi la pratica, per esimerlo di fare il bene, è puro egoismo, qualunque sia il pretesto del quale esso si rivesta. Imporsi privazioni e lavorare per gli altri; ecco vera mortificazione secondo la legge della carità».

 

 

 

722 - L’astinenza da certi cibi, prescritta presso diversi popoli, è fondata sulla ragione?

 

«E’ lecito all’uomo cibarsi di tutto ciò che lo può nutrire senza pregiudizio della sua salute; ma alcuni legislatori hanno interdetto certi alimenti per ragioni utili; e per accreditare meglio le propri leggi, le presentarono come sancite da Dio».

 

 

 

723 - Il nutrimento animale è contrario alla legge di natura per l’uomo?

 

«Nella vostra costituzione fisica la carne nutre la carne; altrimenti l’uomo deteriorerebbe. La legge di conservazione gli impone il dovere di sostenere le sue forze e la sua salute per compiere la legge del lavoro, deve quindi nutrirsi secondo quello che richiede il suo organismo».

 

 

 

724 - L’astenersi da nutrimenti animali, od altro, come espiazione, è meritorio?

 

«Sì, se ce ne asteniamo per farne parte agli altri; poiché Iddio non vede merito dove non ci sia privazione vera ed utile. Ecco perché abbiamo detto che coloro i quali s’impongono privazioni solo apparenti sono ipocriti». (Vedi numero 720).

 

 

 

725 - E le mutilazioni del corpo?

 

«A che questa domanda? Dovreste ormai avere compreso che Iddio non guarda alle cose inutili, e punisce le nocive. Graditi gli riescono solo quei sentimenti che elevano l’anima verso di Lui. E’ praticando, non già violando la sua legge, che potrete scuotere il giogo della materia».

 

 

 

726 - Se le sofferenze di questo mondo elevano l’uomo secondo il modo col quale le sopporta, lo eleveranno anche quelle che egli si procura volontariamente?

 

«Le sole sofferenze che elevano sono le naturali, perché vengono da Dio; quelle volontarie non servono a nulla, qualora non procaccino qualche bene ad altri. Credete voi che chi abbrevia la propria vita con rigori inumani, come fanno i bonzi i fachiri, e certi fanatici di parecchie sette, progredisca di un solo passo? Perché non si adoperano piuttosto a vantaggio dei loro simili? Vestano gl’ignudi, consolino chi piange, lavorino per chi è infermo, sopportino privazioni in sollievo degli infelici, e la vita loro sarà proficua, sarà preziosa agli occhi di Dio. Soffrire volontariamente per se stesso è egoismo; soffrire volontariamente per gli altri è carità: così ha insegnato Gesù Cristo».

 

 

 

727 - Se non dobbiamo crearci sofferenze volontarie che non giovino agli altri, possiamo cercare di preservarci da quelle che prevediamo, o ci minacciano?

 

«L’istinto di conservazione fu dato a tutti gli esseri contro i pericoli e le sofferenze. Flagellate il vostro Spirito, e non il vostro corpo; mortificate il vostro orgoglio; soffocate il vostro egoismo simile ad un serpe che vi rode il cuore: e farete assai più per il vostro avanzamento, che dandovi a rigori insensati e delittuosi».

 

 

 

6 - Legge di distruzione

 

 

 

 

 

Distruzione necessaria e Distruzione abusiva - Flagelli distruttori - Guerre - Omicidio - Crudeltà - Duello - Pena di Morte.

 

 

 

 

 

Distruzione necessaria e Distruzione abusiva

 

 

 

728 - La distruzione è una legge di natura?

 

«Bisogna che tutto si distrugga per rinascere e rigenerarsi, poiché ciò che voi chiamate distruzione, non è se non una trasformazione, che ha per oggetto il rinnovamento e miglioramento degli esseri».

 

- Allora l’istinto di distruzione fu dato agli esseri viventi per fini provvidenziali?

 

«Le creature di Dio sono gli strumenti che Egli adopera per conseguire i suoi fini. Per nutrirsi, gli esseri viventi si distruggono fra loro, il che mira a due scopi: quello di mantenere l’equilibrio nella riproduzione, che potrebbe farsi eccessiva, e quello di utilizzare gli avanzi dell’involucro esterno, poiché la morte distrugge solo questa parte accessoria dell’essere pensante, mentre la parte essenziale, il principio intelligente, è indistruttibile, e si elabora nelle diverse trasformazioni che subisce».

 

 

 

729 - Se la distruzione è necessaria per la rigenerazione degli esseri, perché mai la natura veglia sopra di essi con vari mezzi di preservazione e di conservazione?

 

«Affinché la distruzione non avvenga prima del tempo. Ogni distruzione anticipata impedisce che il principio intelligente si svolga, e perciò Iddio diede a ciascun essere il bisogno di vivere e di riprodursi».

 

 

 

730 - Se la morte deve condurci ad una vita migliore, che ci libera dai mali di questa, e in conseguenza è più desiderabile che temibile, perché rende l’uomo istintivamente pauroso?

 

«L’uomo deve cercare di prolungare la sua vita per eseguire il suo compito, e per questo motivo gli fu dato l’istinto di conservazione, che lo sorregge nelle prove: senza questo, si abbandonerebbe troppo spesso allo scoraggiamento. Egli paventa la morte, perché una voce segreta gli dice che può fare ancora qualche passo sulla via del meglio. Quando un pericolo lo minaccia, è per avvertirlo di approfittare del tempo che Dio gli concede».

 

 

 

731 - Perché la natura ha posto accanto agli agenti distruttori vari mezzi di conservazione?

 

«Ha posto il rimedio accanto al male, perché, come abbiamo detto, mantenga l’equilibrio, e serva di contrappeso».

 

 

 

732 - Il bisogno di distruzione è identico in tutti i mondi?

 

«No: esso corrisponde alla loro maggiore o minore materialità, e cessa dove il morale e il fisico sono più purificati. Nei mondi superiori le condizioni di esistenza sono del tutto diverse».

 

 

 

733 - La necessità della distruzione esisterà sempre fra gli uomini terrestri?

 

«Diminuisce nell’uomo a seconda che lo Spirito vinca sulla materia, e quindi voi vedete che l’orrore per la distruzione cresce con lo sviluppo intellettuale e morale».

 

 

 

734 - Nel suo stato presente ha l’uomo un diritto illimitato di distruzione sugli animali?

 

«Un diritto regolato dalla necessità di provvedere al suo nutrimento ed alla sua sicurezza; fra diritto ed abuso c’è differenza».

 

 

 

735 - Come giudicare la distruzione che oltrepassa i limiti dei bisogni e della sicurezza, come la caccia, per esempio, quando non ha per oggetto che il piacere di distruggere senza alcuna utilità?

 

«Come prevalenza della bestialità sulla natura spirituale. Ogni distruzione che eccede i limiti del bisognevole, è una violazione della legge di Dio. Gli animali stessi non distruggono che per sostentarsi; ma l’uomo, sebbene abbia il libero arbitrio, distrugge per capriccio: ebbene, renderà conto dell’abuso dell’autorità che gli fu accordata, poiché con esso ha ceduto a istinti bassi e perversi».

 

 

 

736 - I popoli che spingono all’eccesso lo scrupolo circa la distruzione degli animali, hanno un merito particolare?

 

«Ogni eccesso, anche di un sentimento in sé lodevole, si converte in difetto, e inoltre il merito, anche se qualcuno ce n’è, è bilanciato da abusi di altra maniera: c’è in essi più timore superstizioso che vera bontà».

 

 

 

Flagelli distruttori

 

 

 

737 - A qual fine Iddio colpisce l’umanità con flagelli distruttori?

 

«Per farla progredire più presto. Non abbiamo già detto che la distruzione è necessaria alla rigenerazione morale degli Spiriti, i quali ad ogni nuova esistenza crescono in perfezione? Bisogna capirne lo scopo, per apprezzarne gli effetti. Voi li giudicate con vedute personali, e li chiamate flagelli per il danno che vi cagionano; ma questi sconvolgimenti sono spesso necessari, affinché si effettui più presto un ordine migliore di cose, e avvenga in pochi anni ciò per cui ci sarebbe voluto molti secoli». (Vedi numero 744).

 

 

 

738 - Non poteva Iddio adoperare per il miglioramento dell’umanità altri mezzi che i flagelli distruttori?

 

«Sì, e li adopera tutti i giorni, poiché ha dato a ciascuno i mezzi di progredire con la nozione del bene e del male. Ma l’uomo non ne profitta, e quindi occorre punirlo nel suo orgoglio, e fargli sentire la sua debolezza».

 

- Ma in questi flagelli il virtuoso perisce come il malvagio: è forse giusto?

 

«Durante questa vita, l’uomo riferisce tutto al suo corpo; ma dopo la morte non pensa più così. La vita del corpo è poca cosa; un secolo del vostro mondo è un lampo nell’eternità: dunque, i dolori, come dite voi, di giorni, ed anche di mesi fuggono rapidi più del baleno, mentre sono insegnamenti che vi servono per l’avvenire. Gli Spiriti costituiscono il mondo reale, preesistente e sopravvivente a tutto (vedi n. 85): essi sono i figli di Dio, gli oggetti della sua sollecitudine; i loro corpi sono gli indumenti coi quali appaiono nel mondo. Nelle grandi calamità che decimano gli uomini, avviene a questi come ad un esercito, che, durante la guerra, vede le sue insegne logore, a brandelli, o perdute. Al generale però stanno più a cuore i suoi soldati, che le loro cose».

 

- Ma le vittime di quei flagelli cessano per questo di essere vittime?

 

«Se considerate la vita per quel che è, e quanto sia poca cosa dinanzi all’infinito, attribuireste ad essa pochissima importanza. Quelle vittime troveranno in un’altra esistenza larga mercede ai loro travagli, se avranno saputo sopportarli senza mormorare».

 

 

 

Che la morte avvenga per un flagello o per una causa ordinaria, nessuno le fugge, quando suona l’ora della dipartita; l’unica differenza sta in ciò, coi disastri un maggior numero di anime si diparte dalla terra ad un tratto. Se potessimo elevarci col pensiero in guisa da dominare l’umanità ed abbracciarla tutta intera, quei flagelli così terribili non ci apparirebbero che passeggere tempeste nel destino del mondo.

 

 

 

739 - I flagelli distruttori giovano anche dal lato fisico ad onta dei mali, di cui sono causa?

 

«Sì: talvolta cangiano lo stato di una contrada; ma il bene che ne risulta, spesso non è compreso che dalle generazioni successive».

 

 

 

740 - I flagelli non sarebbero in pari tempo per l’uomo prove morali, che lo mettono alle prese con le più dure necessità?

 

«Sono prove, che gli porgono occasione di svolgere la sua intelligenza, di esercitare la sua pazienza e la sua rassegnazione alla volontà di Dio, e di mostrare i suoi sentimenti di abnegazione, di disinteresse e di amore del prossimo, qualora non sia dominato dall’egoismo».

 

 

 

741 - E’ dato all’uomo di scongiurare i flagelli che lo opprimono?

 

«Sì, in parte, poiché molti flagelli sono gli effetti della sua imprevidenza, e quando egli progredisce in cognizioni ed esperienza, può prevenirli, qualora sappia ricercarne le cause. Ma fra i mali che affliggono l’umanità, ce ne sono di generali, che sono nei decreti della Provvidenza, e di cui tutti ricevono più o meno il contraccolpo: a questi l’uomo non può opporre che la rassegnazione alla volontà di Dio».

 

 

 

Tra i flagelli distruttori naturali e indipendenti dall’uomo i più gravi sono: la peste, la carestia, le inondazioni, le intemperie fatali alla produzione del suolo. Ma l’uomo non ha forse già trovato nella scienza, nelle opere edilizie, nel perfezionamento dell’agricoltura, nei prosciugamenti e nelle irrigazioni, nello studio delle condizioni igieniche, i mezzi di impedire, o almeno di attenuare molte calamità? Certe contrade, già desolate da epidemie terribili, non ne sono ora preservate? Che dunque non farà l’uomo per il suo benessere materiale, quando saprà mettere in opera tutte le forze della sua intelligenza, ed associare alla cura della sua personale conservazione il sentimento di vera carità per i suoi simili? (Vedi numero 707).

 

 

 

Guerre

 

 

 

742 - Qual è la causa, che induce l’uomo alla guerra?

 

«Il predominio della natura animale sulla spirituale e lo sfogo delle passioni. Nella barbarie, i popoli non conoscono che il diritto del più forte; quindi per essi la guerra è uno stato ordinario. Ma a mano a mano che l’uomo progredisce, essa diviene meno frequente, perché egli ne evita le cause, e, quando poi è necessaria, sa temperarne gli orrori con l’umanità».

 

 

 

743 - Verrà il giorno in cui la guerra cesserà di desolare il nostro globo?

 

«Sì, quando gli uomini comprenderanno la giustizia e praticheranno la legge di Dio; allora tutti i popoli saranno fratelli».

 

 

 

744 - Quale scopo si è proposto la Provvidenza nel rendere necessaria la guerra?

 

«La libertà ed il progresso».

 

- Se la guerra ha per fine di far conseguire la libertà, come va che essa spesso mira, e riesce, a stringere maggiormente i ceppi della schiavitù?

 

«Schiavitù momentanea, per stancare i popoli e farli camminare più presto».

 

 

 

745 - Quale sorte è riservata a colui che suscita la guerra a suo profitto?

 

«Egli, come il vero colpevole, dovrà subire molte esistenze per espiare tutte le uccisioni di cui sarà stato la causa, perché risponderà di ogni vita troncata per soddisfare la sua ambizione».

 

 

 

Omicidio

 

 

 

746 - L’omicidio è delitto agli occhi di Dio?

 

«Sì, e delitto grave, perché colui che uccide un suo simile, tronca una vita di espiazione o di prova».

 

 

 

747 - L’omicida ha sempre un medesimo grado di colpabilità?

 

«Dio è giusto, e giudica più l’intenzione che il fatto».

 

 

 

748 - Scusa Iddio l’omicidio in caso di legittima difesa?

 

«La sola necessità assoluta lo può scusare; ma se uno può salvare la sua vita senz’attentare a quella dell’aggressore, deve farlo».

 

 

 

749 - Deve l’uomo render conto delle uccisioni che commette in guerra?

 

«No, se vi è costretto dalla forza; ma è sempre colpevole chi vi si comporta crudelmente, mentre invece ne ha merito chi usa umanità».

 

 

 

750 - Chi è più colpevole davanti a Dio, il parricida o l’infanticida?

 

«Tutti e due ugualmente, perché ogni omicidio è delitto».

 

 

 

751 - Come avviene che presso alcuni popoli già progrediti dal lato intellettuale, l’infanticidio sia nei costumi e sancito dalla legislazione?

 

«Lo svolgimento intellettuale non implica la necessità del bene. Uno Spirito, benché superiore in intelligenza, può essere cattivo, e allora sa molto, perché ha molto vissuto, ma senza migliorarsi».

 

 

 

Crudeltà

 

 

 

752 - Si può riferire il sentimento di crudeltà all’istinto di distruzione?

 

«E’ l’istinto di distruzione nella sua forma più malvagia, perché, se è necessaria la distruzione, non è mai necessaria la crudeltà. Questa è sempre l’effetto di una natura perversa».

 

 

 

753 - Perché la crudeltà è il carattere dominante dei popoli primitivi?

 

«Perché nei popoli primitivi, come voi li chiamate, la materia prevale sullo spirito. Essi si abbandonano agl’istinti del bruto, e non avendo altri bisogni che quelli della vita del corpo, pensano unicamente alla propria conservazione personale; il che, in genere, li rende crudeli. Inoltre, i popoli, il cui sviluppo intellettuale è imperfettissimo, sono sotto il giogo di Spiriti simpatici di eguale imperfezione, finché altri più progrediti non vengano a distruggere od a scemare quella influenza».

 

 

 

754 - La crudeltà non è segno della mancanza di senso morale?

 

«Del suo scarso sviluppo, ma non di mancanza di esso, poiché esiste come principio in tutti gli uomini, che cambia a poco a poco in esseri buoni ed umani. Esiste quindi anche nel selvaggio, ma come il principio del profumo è nel germe del fiore, prima che sia sbocciato».

 

 

 

Tutte le facoltà esistono nell’uomo allo stato rudimentale o latente, e si svolgono secondo che le circostanze ambientali siano più o meno favorevoli. Lo sviluppo eccessivo delle une arresta o affievolisce quello delle altre. La sovraeccitazione degli istinti materiali soffoca, per così dire, il senso morale, come lo svilupparsi di questo attenua a poco a poco le facoltà puramente animali.

 

 

 

755 - Come può accadere che in mezzo alla più evoluta civiltà si incontrino talvolta degli esseri tanto crudeli quanto selvaggi?

 

«Come sopra un albero carico di buoni frutti se ne trovano anche dei bacati. Sono, se volete, selvaggi, che della civiltà non hanno che la vernice; lupi smarriti in mezzo agli agnelli. Spiriti di un ordine inferiore e molto indietro possono incarnarsi fra gli uomini inciviliti nella speranza di progredire più presto; ma, se la prova è troppo grave, prevale l’indole congenita e soccombono».

 

 

 

756 - La società degli uomini dabbene sarà una volta purgata dagli esseri malefici?

 

«L’umanità progredisce: questi esseri dominati dall’istinto del male, che sono fuori posto fra gli uomini virtuosi, a poco a poco scompariranno, come, dopo la battitura, scompare la pula e rimane il grano; ma scompariranno per rinascere più tardi; e allora, forniti di maggiore esperienza, distingueranno meglio il bene e il male. Vedete le piante e gli animali, che l’uomo è riuscito con l’arte a perfezionare. Come in essi le nuove qualità non si svolgono che a grado a grado, e il loro perfezionamento non è compiuto che dopo varie generazioni, così lo Spirito non si migliora e purifica che in una serie più o meno lunga di esistenze».

 

 

 

Duello

 

 

 

757 - Può considerarsi il duello come un caso di legittima difesa?

 

«No: è un omicidio, un costume assurdo degno di popoli barbari. Con la civiltà più avanzata e più morale l’uomo riconoscerà che il duello è delittuoso e ridicolo come i combattimenti che una volta si chiamavano giudizi di Dio».

 

 

 

758 - Il duello può essere considerato come un suicidio per parte di colui, che, conoscendo la propria debolezza, è quasi certo di soccombere?

 

«E’ tale».

 

- E quando le probabilità sono eguali, è un suicidio o un omicidio?

 

«L’uno e l’altro. In tutti i casi, anche quando le probabilità sono eguali, il duellante è colpevole, prima perché attenta con freddezza ed animo deliberato alla vita del suo simile; e poi perché espone la propria inutilmente».

 

 

 

759 - Ha peso ciò che in fatto di duello si chiama punto d’onore?

 

«Vanità ed orgoglio: due piaghe dell’umanità».

 

- Ma non si danno casi, in cui l’onore si trova leso veramente, e un rifiuto sarebbe una viltà?

 

«Questo dipende dai costumi e dalle usanze; ogni paese ed ogni secolo ne ebbe differente concetto. Quando gli uomini saranno migliori e più progrediti in morale, comprenderanno che il vero punto d’onore, come dite, è al di sopra delle passioni terrene e che, uccidendo o facendosi uccidere, non si ripara alcun torto».

 

 

 

La vera grandezza d’animo e il vero onore stanno nel confessarsi colpevole, se uno ha torto, nel perdonare, se ha ragione, e in ogni caso nel disprezzare gli insulti, che non lo possono colpire.

 

 

 

Pena di morte

 

 

 

760 - La pena di morte scomparirà un giorno dalla legislazione umana?

 

«Senza dubbio, e la sua abolizione segnerà un progresso nella umanità. Allorché questa sarà più illuminata, della pena di morte sulla terra non rimarrà che un brutto ricordo, e gli uomini non avranno più bisogno di essere giudicati dagli uomini. Ma parlo di un tempo, che è ancora assai lontano da voi».

 

 

 

Il progresso sociale oggi non è certamente quale sarà in un più lieto avvenire; ma sarebbe ingiusto verso la moderna società chi nelle restrizioni apportate alla pena capitale presso i popoli più colti e nella natura dei delitti, a cui se ne limita l’applicazione, non vedesse un progresso. Se paragoniamo le garanzie di cui la giustizia, presso questi popoli, si sforza di circondare l’accusato, e l’umanità con cui lo tratta anche quando è riconosciuto colpevole, con quello che si praticava in tempi non molto lontani, non possiamo disconoscere il cammino progressivo, nel quale ormai si procede.

 

 

 

761 - La legge di conservazione concede all’uomo il diritto di preservare la propria vita: non è questo diritto che egli esercita estirpando dalla società un membro pericoloso?

 

«E a vostra tutela dal pericolo non avete altri mezzi che quello di ucciderlo? Al reo bisogna aprire, non chiudere la porta del pentimento».

 

 

 

762 - Se la pena capitale potrà essere bandita in avvenire dalla società civile, non è stata però una necessità nei tempi passati?

 

«Necessità giammai. L’uomo crede sempre necessaria una cosa, quando non sa fare diversamente; ma poi, a mano a mano che progredisce, comprende meglio e il giusto e l’ingiusto, e ripudia gli eccessi, che nei tempi di barbarie si commisero in nome della giustizia».

 

 

 

763 - La limitazione dei casi in cui si applica la pena di morte, è indizio di progresso nella civiltà?

 

«Ne potete dubitare? Non sentite raccapriccio nel leggere il racconto dei macelli umani, che nei tempi andati si facevano in nome della giustizia, e spesso in onore della Divinità? Non rabbrividite al solo pensare alle torture, a cui veniva sottoposto il reo, ed anche il solo accusato, per strappargli con lo strazio del dolore la confessione di un delitto, che spesso non aveva commesso? Ebbene, se foste vissuti in quei tempi, avreste trovato la cosa naturalissima, e forse, se foste stati giudici, avreste fatto quello che i giudici di quei tempi facevano. Così, ciò che sembrava giusto in un tempo, sembra barbaro in un altro. Le leggi divine sole sono eterne; le umane cambiano col progresso, e cambieranno ancora fino a che non armonizzino con le divine».

 

 

 

764 - Gesù ha detto: Chi di spada ferisce perirà di spada. Queste parole non sanciscono forse la pena del taglione? E la morte inflitta all’omicida non è applicazione di questa pena?

 

«Badate! Avete preso abbaglio in queste, come in molte altre sue parole. Pena del taglione è la giustizia di Dio; Egli solo può applicarla. Voi tutti la subite ogni momento, perché siete puniti secondo questa legge, in questa vita, o in un’altra. Chi ha fatto soffrire i suoi simili verrà un giorno o l’altro nella condizione di dover soffrire quegli stessi dolori; ecco il senso delle parole di Gesù. Ma egli vi ha detto anche: Perdonate ai vostri nemici; e vi ha insegnato a pregare Iddio di rimettervi le vostre colpe come voi le rimettete, vale a dire nella stessa misura con la quale voi le perdonate agli altri».

 

 

 

765 - E la pena di morte inflitta in nome di Dio?

 

«E’ delitto che equivale ad un omicidio. Chi, sostituendosi a Dio nella giustizia, infligge la pena di morte, mostra di comprendere assai poco la Divinità, e di avere molto da espiare. Ne renderà stretto conto».

 

 

 

7 - Legge di società

 

 

 

 

 

Necessità della Vita sociale - Vita d’Isolamento. Voto di Silenzio - Vincoli di Famiglia.

 

 

 

 

 

Necessità della Vita sociale

 

 

 

766 - La vita sociale è legge di natura?

 

«Certamente; Dio ha fatto l’uomo per vivere in società. Se non fosse così, non gli avrebbe dato la parola e tutte le altre facoltà necessarie alla vita di relazione».

 

 

 

767 - Dunque l’isolamento assoluto è contrario alla legge di natura?

 

«Sì, poiché gli uomini cercano la società per istinto, e devono tutti cooperare al progresso comune, aiutandosi scambievolmente».

 

 

 

768 - L’uomo, nel cercare la società, ubbidisce ad un suo istinto personale, o c’è in questo un fine provvidenziale più esteso?

 

«L’uomo deve progredire; ma da solo non può, perché non possiede tutte le attitudini; gli occorre dunque il contatto degli altri che abbiano le abitudini che a lui mancano. Nell’isolamento si abbrutisce e si giunge alla degenerazione».

 

 

 

Vita d’isolamento. Voto di Silenzio.

 

 

 

769 - Si capisce che, come principio generale, la vita sociale sia legge di natura; ma, dal momento che sono anche naturali tutte le tendenze, perché sarebbe condannabile quella dell’isolamento assoluto, se l’uomo ci trova la sua soddisfazione?

 

«Soddisfazione da egoista. Ci sono anche uomini che trovano la loro soddisfazione nell’ubriacarsi; li approvate voi? Dio non può gradire una vita con la quale un uomo si condanna alla inutilità per se stesso e per i suoi simili».

 

 

 

770 - Come giudicare quelli che vivono in reclusione assoluta per fuggire il contatto pernicioso del mondo?

 

«Come doppiamente egoisti».

 

- Ma se quella vita di sacrificio è fatta per espiazione, non acquista merito?

 

«La migliore delle espiazioni consiste nel fare in modo che la somma del bene fatto superi quella del male commesso. Per evitare Scilla poco giova cadere in Cariddi, dimenticando la legge d’amore e di carità».

 

 

 

771 - Che cosa dobbiamo pensare di quelli che fuggono il mondo per dedicarsi al sollievo degli infelici?

 

«Si innalzano abbassandosi: hanno il doppio merito di elevarsi al di sopra dei godimenti materiali, e di fare il bene adempiendo la legge di lavoro».

 

- Sono anche da lodare quelli che cercano nel ritiro la tranquillità d’animo necessaria per il compimento di qualche lavoro importante?

 

«Sono tutt’altro che egoisti, e realmente non sono segregati dalla società, giacché lavorano per essa».

 

 

 

772 - Che dire del voto di silenzio prescritto da certe sette fin dalla più remota antichità?

 

«Risponderò chiedendovi se la favella è nella natura, e perché sia stata data all’uomo. Dio condanna l’abuso, non l’uso delle facoltà che vi ha concesso. Il silenzio è utile, quando con esso vi raccogliete in voi stessi e il vostro Spirito si fa più padrone di sé; ma voto di silenzio è stoltezza. Coloro che considerano queste privazioni volontarie come atti di virtù, hanno senza dubbio buona intenzione; ma s’ingannano, perché non comprendono bene le vere leggi di Dio».

 

 

 

Il voto di silenzio assoluto, come quello d’isolamento, priva l’uomo delle relazioni sociali che gli possono fornire le opportunità di fare del bene e di compiere la legge di progresso.

 

 

 

Vincoli di Famiglia

 

 

 

773 - Perché, negli animali, i genitori ed i figli non si riconoscono più quando questi non hanno più bisogno di cure?

 

«I bruti vivono ancora della vita materiale, e non della morale. La tenerezza della madre verso i suoi piccini ha per principio l’istinto di conservazione degli esseri, ai quali ha dato la vita; quando questi esseri possono bastare a se stessi, il suo compito è finito, e la natura non le chiede di più: quindi essa li abbandona per occuparsi dei nuovi nati».

 

 

 

774 - Alcuni dal fatto che gli animali abbandonano i loro piccoli, quando possono provvedere a se stessi, traggono la conseguenza che i vincoli di famiglia fra gli uomini sono frutto dei costumi sociali, e non una legge di natura. Sono costoro nel vero?

 

«L’uomo ha un compito diverso da quello degli animali; perché dunque volete sempre paragonarlo ad essi? Oltre che i bisogni fisici, in lui c’è la necessità del progresso. Ora, al progresso sono necessari i legami sociali, e a questi sono strettamente coordinati, quindi, i vincoli di famiglia sono una legge di natura. Dio ha voluto che per mezzo di questi vincoli gli uomini apprendessero ad amarsi come fratelli». (Vedi numero 225).

 

 

 

775 - Che effetto avrebbe per la società il rallentamento dei vincoli di famiglia?

 

«Una recrudescenza di egoismo».

 

 

 

8 - Legge di progresso

 

 

 

 

 

Stato di Natura - Cammino del Progresso - Popoli degenerati - Civiltà - Progresso della Legislazione Umana - Efficacia dello Spiritismo sul Progresso.

 

 

 

 

 

Stato di Natura

 

 

 

776 - Stato di natura e legge naturale sono la stessa cosa?

 

«No; stato di natura è lo stato primitivo, con cui la civiltà è incompatibile, mentre la legge naturale contribuisce al progresso dell’umanità».

 

 

 

Lo stato di natura è l’infanzia dell’umanità, il punto di partenza del suo sviluppo intellettuale e morale. L’uomo, essendo perfettibile e portando in sé il germe del suo miglioramento, non è destinato a vivere in perpetuo nello stato di natura, cioè in una perpetua infanzia: lo stato di natura è transitorio, e l’uomo ne esce per mezzo del progresso e della civiltà. La legge naturale, invece, regge l’umanità intera, e l’uomo si migliora a mano a mano che meglio capisce, e meglio pratica questa legge.

 

 

 

777 - Nello stato di natura l’uomo, poiché sente minor numero di bisogni, non ha tutte le tribolazioni che si crea col progresso. Avrebbero dunque ragione coloro, che riguardano questo stato come quello della più perfetta felicità in terra?

 

«Sì, purché intendano la felicità della bestia; e molti, purtroppo, non ne comprendono altra. Anche i fanciulli sono più felici degli adulti».

 

 

 

778 - L’uomo può retrocedere verso lo stato di natura?

 

«No, perché deve progredire senza posa. Se egli, contro la volontà di Dio, potesse ritornare allo stato d’infanzia, sarebbe distrutta la legge del progresso».

 

 

 

Cammino del Progresso

 

 

 

779 - L’uomo possiede in sé la forza progressiva, o il progresso è il prodotto di un insegnamento?

 

«L’uomo si svolge naturalmente da sé; ma non tutti progrediscono nello stesso tempo e nella stessa maniera».

 

 

 

780 - Il progresso morale segue sempre quello intellettuale?

 

«Ne è la conseguenza; ma non sempre lo segue immediatamente».

 

- Come può il progresso intellettuale condurre al progresso morale?

 

«Col far comprendere il bene e il male: e l’uomo, allora, può scegliere. Lo sviluppo del libero arbitrio segue quello dell’intelligenza, ed accresce la responsabilità degli atti». (Vedi numeri 192 - 365).

 

- Come va, allora, che i popoli più illuminati sono spesso i più corrotti?

 

«Il progresso armonico è la mèta; ma i popoli, come gli individui, non vi giungono che passo passo: fino a che in essi non sia svolto abbastanza il senso morale, possono anche valersi della propria intelligenza per fare il male. La morale e l’intelligenza sono due forze che si equilibrano solo col tempo». (Vedi numeri 375 - 751).

 

 

 

781 - Può l’uomo arrestare il cammino del progresso?

 

«No; ma talvolta lo può ritardare».

 

- Che pensare di coloro che tentano di fermare il cammino del progresso, e di far retrocedere l’umanità?

 

«Poveri esseri, che Dio punirà! Saranno rovesciati dal torrente a cui vogliono mettere una barriera».

 

 

 

Poiché il progresso è una condizione della natura umana, nessuno gli può resistere. Esso è una forza viva, che cattive leggi possono ritardare, ma non soffocare, e che, quando queste gli divengono incompatibili, le infrange, e travolge tutti quelli che tentano di mantenerle. E così sarà fino a tanto che l’uomo non avrà messo le sue leggi in armonia con la giustizia divina, che vuole il bene di tutti, e non leggi fatte per il forte in pregiudizio del debole.

 

 

 

782 - Non ci sono uomini, che inceppano in buona fede il progresso, credendo di favorirlo, perché lo vedono a modo loro, e spesso là, dove non è?

 

«Piccole pietruzze messe sotto le ruote di un carrozzone che non gl’impediscono di avanzare».

 

 

 

783 - Il perfezionamento dell’umanità si effettua sempre in modo lento e progressivo?

 

«Sì, è il progresso regolare, che risulta dalla forza delle cose; ma quando un popolo ritarda troppo, Iddio gli suscita una forza fisica e morale, che lo trasforma».

 

 

 

L’uomo non può rimanere sempre nell’ignoranza, perché deve giungere alla mèta segnatagli dalla Provvidenza. Egli si istruisce per la forza delle cose. I rivolgimenti morali, come i sociali, s’infiltrano a poco a poco nelle idee, covano per lunghi secoli, e poi scoppiano ad un tratto, e scrollano il tarlato edificio del passato, che più non risponde ai bisogni nuovi ed alle nuove aspirazioni.

 

L’uomo volgare in questi sommovimenti vede solo il disordine e la confusione momentanea che lo colpiscono nei suoi interessi materiali; ma colui, che eleva il suo pensiero al di sopra dei suoi interessi personali, ammira i disegni della Provvidenza, che dal male fa scaturire il bene. Sono la grandine e l’uragano, che purificano l’atmosfera dopo averla sconvolta.

 

 

 

784 - La perversità dell’uomo è grande: non sembrerebbe che invece di progredire, egli cammini a ritroso, almeno dal lato morale?

 

«Siete in inganno. Osservate bene l’insieme, e vedrete che egli progredisce, poiché comprende sempre meglio ciò che è male, e ogni giorno corregge alcuni abusi. Occorre l’eccesso del male per far conoscere la necessità del bene e delle riforme».

 

 

 

785 - Qual è il più grande ostacolo al progresso?

 

«L’orgoglio e l’egoismo, se intendete parlare del progresso morale, poiché il progresso intellettuale cammina col progredire che essi fanno, ed anzi, a primo aspetto, sembra che dia loro un raddoppiamento di attività, fomentando l’ambizione e l’amore delle ricchezze, che a loro volta eccitano l’uomo alle ricerche, che ne rischiarano lo Spirito. In questo modo tutto si collega nel mondo morale, e nel mondo fisico, e dal male stesso può venire il bene. Ma un tale stato di cose farà il suo tempo, e cambierà, secondo che l’uomo comprenderà meglio che al di sopra delle gioie terrene c’è una felicità infinitamente maggiore e più durevole». (Vedi Capitolo 12 - “Egoismo”).

 

 

 

Ci sono due specie di progresso, che si prestano mutuo appoggio, e perciò non camminano di fronte: l’intellettuale ed il morale. Presso i popoli inciviliti, il primo gode ai nostri giorni di tutti i desiderabili incoraggiamenti, e quindi ha raggiunto un grande sviluppo. All’opposto, il secondo è rimasto molto indietro; ma ciò nonostante, se si confrontano i costumi sociali odierni con quelli di pochi secoli fa, bisognerebbe essere ciechi per negare il progresso. Perché dunque il cammino progressivo, se non si arresta per il lato intellettuale, dovrebbe arrestarsi per il morale? Perché fra il secolo decimonono e il ventiquattresimo non ci dovrà essere tanta differenza quanta ce ne fu tra il quattordicesimo e il decimonono? Dubitarne sarebbe lo stesso che affermare che l’umanità sia giunta al massimo grado della sua perfezione, ciò che sarebbe assurdo, o che essa non sia moralmente perfettibile, ciò che è smentito dalla esperienza.

 

 

 

Popoli degenerati

 

 

 

786 - La storia ci mostra come molti popoli, dopo le scosse, da cui furono sconvolti, siano ricaduti nella barbarie. Dov’è il progresso in questo caso?

 

«Quando la vostra casa minaccia rovina, voi l’abbattete per ricostruirla più solida e più comoda; però, fino a tanto che essa non è ricostruita, abitate nel disordine e nella confusione. Ma può darsi anche un altro caso, ed è questo; voi eravate poveri, e abitavate una catapecchia; diventate ricchi, e la lasciate per andar ad abitare un palazzo. Allora altri, forse ancora più meschini di quello che eravate voi, vanno a prendere il vostro posto nella catapecchia, e ne sono contentissimi, perché prima non avevano tetto. Avete compreso? Dunque gli Spiriti incarnatisi in quei popoli degenerati non sono quegli stessi che li componevano al tempo del loro splendore: questi, che erano progrediti, sono passati in abitazioni migliori, mentre gli altri meno avanzati ne hanno preso il posto, che poi a loro volta abbandoneranno nello stesso modo».

 

 

 

787 - Non ci sono razze per loro natura ribelli al progresso?

 

«Sì, ma esse si distruggono ogni giorno corporalmente».

 

- Quale sarà la sorte futura degli Spiriti, che oggi animano questa razza?

 

«Giungeranno, come tutti, alla perfezione, passando per altre esistenze. Dio non fa torto ad alcuno».

 

- Quindi, gli uomini più inciviliti hanno potuto essere selvaggi ed antropofaghi?

 

«Voi stessi foste tali più d’una volta prima di essere quelli che ora siete».

 

 

 

788 - I popoli sono esseri collettivi, i quali, come gli individui, passano per l’infanzia, la virilità e la decrepitezza: questa verità accertata dalla storia non fa supporre che i popoli più in fiore di questo secolo avranno anch’essi il loro periodo di decadenza e spariranno come quelli dell’antichità?

 

«I popoli, che vivono della sola vita del corpo, e la cui grandezza non è fondata che sulla forza e la estensione del territorio che occupano, nascono, crescono, e muoiono, perché il vigore di un popolo si consuma come quello di un uomo: e così muoiono anche quelli, le cui leggi egoistiche cozzano col progresso della luce e della carità, perché la luce uccide le tenebre, e la carità uccide l’egoismo. Ma anche per i popoli, come per gli individui, c’è la vita dell’anima: quelli di essi, le cui leggi armonizzano con le leggi eterne del Creatore, vivranno, e saranno il faro degli altri popoli».

 

 

 

789 - Il progresso riunirà un giorno tutti i popoli della terra in una sola nazione?

 

«No: in una sola nazione è impossibile, perché dalla diversità dei climi nascono costumi e bisogni differenti, che costituiscono le nazionalità, e quindi sarà sempre necessario che ci siano leggi appropriate a quei bisogni e costumi. Ma la carità non conosce latitudini, e non fa distinzioni di colore: quando la legge di Dio sarà da per tutto la base delle leggi umane, i popoli praticheranno fra coloro la carità come l’uomo verso l’uomo, e allora vivranno felici ed in pace perché nessuno cercherà di fare torto al suo vicino, né di vivere alle sue spalle».

 

 

 

L’umanità progredisce col progredire degli individui, che a poco a poco migliorano e s’illuminano, fino a che non prevalgano in numero, non prendano il sopravvento, e non traggano dietro di sé gli altri. Di tempo in tempo, sorgono poi fra essi uomini di genio, che danno la spinta, ed altri che, per volere di Dio, giungono al potere, i quali in pochi anni la fanno progredire di parecchi secoli.

 

Il progresso dei popoli rende ancora più evidente la giustizia della reincarnazione. Gli uomini retti fanno lodevoli sforzi per spingere innanzi moralmente e intellettualmente una nazione, la quale, trasformata, sarà più felice in questo mondo e nell’altro: sta bene, ma, mentre dura il suo lento cammino attraverso i secoli, migliaia di individui muoiono ogni giorno. Ora, qual è la sorte di tutti quelli che soccombono nel tragitto? La loro relativa inferiorità li priva forse della felicità serbata agli ultimi arrivati? o la loro felicità è relativa? La giustizia divina non potrebbe sancire tale iniquità. Per mezzo della pluralità delle esistenze, tutti hanno uguale diritto alla felicità, poiché il beneficio del progresso non è negato a nessuno: coloro che vissero nel tempo della barbarie possono ritornare in quello della civiltà fra il medesimo popolo, o presso un altro, e così approfittano tutti del cammino ascendente.

 

Ma il sistema di un ‘unica esistenza presenta un’altra difficoltà. Con esso, l’anima è creata al momento della nascita; dunque un uomo è più innanzi di un altro, perché Iddio gli creò un’anima più avanzata. Perché questo favore, quale merito ha colui che non è vissuto più dell’altro, e spesso anche meno, per essere dotato di un’anima superiore? Ma vi è di più. Una nazione passa in un millennio dalla barbarie alla civiltà. Se gli uomini vivessero mille anni, si capirebbe che in quell’intervallo avessero il tempo di progredire; ma ogni giorno ne muoiono di tutte le età, e si rinnovano senza tregua, di modo che ogni giorno se ne vedono apparire e scomparire. Al termine di mille anni non vi è più traccia degli antichi abitanti; ma la nazione, da barbara si è fatta civile: ora chi ha progredito? I barbari di una volta? No, perché sono morti da lungo tempo. Allora i nuovi venuti? No, perché, se le anime loro sono create al momento della nascita, non esistevano al tempo della barbarie. Dunque? Dunque bisognerebbe concludere che gli sforzi per incivilire un popolo hanno la potenza, non già di migliorare delle anime imperfette, ma di costringere Iddio a creare delle anime più perfette!

 

Confrontiamo ora questa teoria del progresso con quella data dagli Spiriti. Le anime incarnate al tempo della civiltà ebbero la loro infanzia come tutte le altre, ma sono già vissute, e avanzate per un progresso precedente: vengono attratte da un ambiente a loro simpatico ed in rapporto col presente loro stato; di modo che gli sforzi per incivilire un popolo non fanno creare da Dio anime più perfette, ma piuttosto attraggono quelle che sono già progredite, sia che abbiano fatto parte di quel medesimo popolo al tempo della sua barbarie, sia che vengano da altrove.

 

Ecco la chiave del progresso dell’intera umanità. Quando tutti i popoli saranno al medesimo grado nel sentimento del bene, la terra diverrà abitata solo da buoni Spiriti, che vivranno in unione fraterna, ed i cattivi trovandosi respinti e spostati andranno a creare nei mondi più bassi l’ambiente che a loro conviene, finché non siano degni d’incarnarsi nel nostro mondo trasformato.

 

La teoria volgare ha inoltre questa conseguenza, che le opere di miglioramento sociale giovano solo alle generazioni presenti e alle future, mentre sono di nessun valore per le passate, che ebbero il torto di venire troppo presto, e rimasero, per necessità di cose, cariche dei loro atti di barbarie. Invece, secondo la dottrina degli Spiriti, i progressi ulteriori giovano del pari ad esse che tornano a vivere in migliori condizioni, e possono così perfezionarsi ai raggi della civiltà (vedi numero 222).

 

 

 

Civiltà

 

 

 

790 - L’incivilimento è un progresso, o, come vogliono alcuni filosofi, una decadenza dell’umanità?

 

«Progresso incompiuto. l’uomo non passa d’un tratto dall’infanzia alla virilità».

 

- E’ ragionevole condannare la civiltà?

 

«Condannate chi ne abusa, e non l’opera di Dio».

 

 

 

791 - La civiltà arriverà un giorno a tale stato da sanare i mali che avrà prodotto?

 

«Sì, quando la morale avrà lo stesso sviluppo dell’intelligenza; il frutto non può venire prima del fiore».

 

 

 

792 - Perché mai la civiltà non attua subito tutto il bene che potrebbe produrre?

 

«Perché gli uomini non sono ancora preparati né disposti ad ottenerlo».

 

- E non sarebbe anche perché, col creare bisogni nuovi, essa suscita nuove passioni?

 

«Sì; e perché anche tutte le facoltà dello Spirito non progrediscono nello stesso tempo. Ogni cosa a suo tempo; non potete aspettarvi frutti perfetti da una civiltà incompiuta». (Vedi numeri 751 - 780).

 

 

 

793 - Da che cosa si può riconoscere la perfetta civiltà?

 

«Dallo sviluppo del senso morale. Voi vi credete molto innanzi, perché avete fatto grandi scoperte e meravigliose invenzioni, perché siete meglio alloggiati e meglio vestiti dei selvaggi; ma non sarete in diritto di dirvi realmente civili se non quando avete bandito dalla vostra società i vizi, che la disonorano, e vivrete tra voi come fratelli, praticando la carità: fino a quel tempo siete soltanto popoli illuminati, che hanno percorso appena il primo stadio dell’incivilimento».

 

 

 

L’incivilimento ha i suoi gradi, come tutte le cose. Una civiltà incompiuta è uno stato di transizione, che genera mali speciali, sconosciuti allo stato primitivo; ma ciò nonostante è un progresso naturale, necessario, che porta in sé il rimedio dei suoi mali. A mano a mano che essa si perfeziona, fa cessare alcuni dei mali che ha cagionato, e che scompaiono del tutto col progresso morale.

 

Di due popoli giunti alla sommità della scala sociale può dirsi incivilito, nel vero significato della parola, quello dove c’è meno egoismo, meno cupidigia e meno orgoglio; dove le consuetudini sono più intellettuali e morali che materiali; dove l’intelligenza può svolgersi con maggiore libertà; dove più regnano la bontà, la buona fede, la benevolenza e la generosità; dove sono meno radicati i pregiudizi di casta e di nascita, perché incompatibili col vero amore del prossimo; dove le leggi non sanciscono alcun privilegio, e sono uguali per l’ultimo come per il primo dei cittadini: dove la giustizia si esercita senza parzialità, dove il debole trova sempre appoggio contro il forte; dove la vita, le credenze e le opinioni dell’uomo sono più rispettate; dove s’incontra il minor numero d’infelici; e finalmente dove ogni uomo di buona volontà è sempre certo di non mancare mai del necessario.

 

 

 

Progresso della Legislazione Umana

 

 

 

794 - La società potrebbe reggersi con le sole leggi naturali senza il soccorso delle leggi umane?

 

«Potrebbe, se le comprendesse bene, e volesse osservarle, poiché basterebbero. Per le sue esigenze tuttavia le giovano leggi particolari».

 

 

 

795 - Qual è la causa della instabilità delle leggi umane?

 

«Nei tempi di barbarie furono i più forti che fecero le leggi, e le fecero a loro vantaggio. Quindi gli uomini hanno dovuto modificarle man mano che sono venuti comprendendo meglio la giustizia. Le leggi umane sono tanto più stabili, quanto più si avvicinano alla vera equità, e s’identificano con la legge naturale».

 

 

 

L’incivilimento ha creato per l’uomo nuovi bisogni alla sua condizione sociale. Egli dunque ha dovuto regolare i diritti e i doveri di questa condizione con le leggi umane; ma sotto la spinta delle sue passioni, ha creato spesso dei diritti e dei doveri immaginari, che la legge naturale condanna, e i popoli cancellano dai propri codici a mano a mano che progrediscono. La legge naturale è immutabile e uguale per tutti; l’umana invece mutabile e progressiva, tanto che nell’infanzia della società ha potuto affermare il diritto del più forte.

 

 

 

796 - La severità delle leggi penali è, o non è necessaria nello stato presente della società?

 

«E’ chiaro che una società depravata ha bisogno di leggi severe; disgraziatamente queste mirano più a punire il male, quando è fatto, che ad estirparne la radice. Solo l’educazione può riformare gli uomini, in modo che non ci sia più bisogno di leggi rigorose».

 

 

 

797 - Che cosa potrà indurre l’uomo a riformare le sue leggi?

 

«La forza naturale delle cose e l’autorità degli onesti, che lo guidano sulla via del progresso. Molte ne ha già riformate ed altre ancora ne riformerà. Aspettate!».

 

 

 

Efficacia dello Spiritismo sul Progresso

 

 

 

798 - Lo Spiritismo diverrà credenza comune, o rimarrà patrimonio di pochi?

 

«Diverrà credenza comune, e segnerà un’era nuova nella storia dell’umanità, perché essendo esso nella natura, è venuto il tempo in cui deve prendere posto fra lo scibile umano; avrà tuttavia da combattere grandi battaglie, e più contro l’interesse che contro la convinzione, poiché non bisogna dimenticare che molti fra coloro che avversano lo Spiritismo lo fanno perché temono, non senza ragione, di vedere compromesso il predominio che esercitano, predominio che è intimamente legato coi loro interessi materiali; ma gli oppositori si troveranno ogni giorno più isolati, e finiranno col pensare come tutti gli altri, sotto pena di rendersi ridicoli».

 

 

 

Le idee si trasformano a poco a poco e non subitamente: s’indeboliscono di generazione in generazione, e scompaiono a poco a poco con quelli che le professano, e che sono sostituiti da altri imbevuti dei nuovi principi, come accade per le idee politiche. Osservate il paganesimo: oggi non vi è più alcuno che lo professi; eppure, ancora molti secoli dopo l’avvento del cristianesimo aveva lasciato di sé non poche tracce, che soltanto il totale rinnovamento delle razze ha potuto cancellare. E così sarà dello Spiritismo: esso fa molti progressi, ma nondimeno per tre o quattro generazioni vi sarà ancora un resto d’incredulità, che il tempo solo potrà dissipare. Tuttavia il suo cammino riuscirà più rapido di quello del cristianesimo, perché il cristianesimo stesso, su cui si appoggia, gli apre la via. Il cristianesimo doveva distruggere: lo Spiritismo non ha che da edificare.

 

 

 

799 - In qual maniera può lo Spiritismo favorire il progresso?

 

«Abbattendo il materialismo, cancrena della società, esso fa comprendere agli uomini dove si trovi il loro vero interesse, in modo che, non essendo più la vita futura velata dal dubbio, conosceranno di potersi assicurare l’avvenire col presente. Distruggendo inoltre i pregiudizi di setta, di casta e di colore, lo Spiritismo li illuminerà sui reciproci obblighi, che devono unirli come fratelli».

 

 

 

800 - Potrà lo Spiritismo superare la noncuranza degli uomini e il loro attaccamento alle cose materiali?

 

«Li conoscerebbe assai poco chi pensasse che una causa, qualunque essa sia, possa trasformarli come per incanto. Le idee si modificano a poco a poco, e ci vogliono generazioni per cancellare compiutamente le tracce d’inveterate consuetudini. Quindi, la trasformazione non si può effettuare che a poco a poco, gradatamente, di padre in figlio. Ogni generazione vedrà dileguarsi una parte del velo che nasconde la verità, fino a che lo Spiritismo non lo avrà dissipato del tutto. Ma intanto, se pur non riuscisse che a correggere in un uomo un solo difetto, sarebbe sempre un passo che gli avrebbe fatto fare, e perciò un gran bene, poiché quel primo passo gli renderà più facili gli altri».

 

 

 

801 - Perché mai gli Spiriti non hanno insegnato sempre quello che insegnano oggi?

 

«Insegnate voi ai bambini le stesse cose che agli adulti, e date al neonato un cibo che non potrebbe digerire? Ogni cosa a suo tempo. Nondimeno, insegnarono parecchie cose, che gli uomini non hanno compreso, od hanno snaturato, ma che ora possono intendere. Col loro insegnamento, anche incompiuto, essi prepararono il terreno a ricevere la semente, che adesso sta per fruttificare».

 

 

 

802 - Dal momento che lo Spiritismo deve segnare un progresso nell’umanità, perché non lo sollecitano gli Spiriti con manifestazioni così generali e potenti da convincere anche i più restii?

 

«Voi vorreste dei miracoli: Dio non li spande forse a piene mani sui vostri passi? Eppure quanti di voi non li rinnegano! Lo stesso Cristo non ha convinto i suoi contemporanei coi prodigi da lui compiuti. E non vi sono oggi fra voi degli uomini che negano i fatti più evidenti accaduti sotto i loro occhi? Non ce ne sono forse di quelli i quali dichiarano che non vi crederebbero, anche se li vedessero coi loro occhi? No! Dio non vuole far ravvedere gli uomini coi miracoli, e nella sua bontà lascia loro il merito di convincersi per mezzo della ragione».

 

 

 

9 - Legge di eguaglianza

 

 

 

 

 

Eguaglianza naturale - Disparità delle Attitudini - Disuguaglianze sociali - Disuguaglianza delle Ricchezze - Prove della Ricchezza e della Miseria - Eguaglianza di Diritti dell’Uomo e della Donna - Eguaglianza innanzi al Sepolcro.

 

 

 

 

 

Eguaglianza naturale

 

 

 

803 - Tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio?

 

«Sì, perché tutti tendono allo stesso fine, e perché Dio ha fatto le sue leggi uguali per tutti. Voi dite spesso che il sole splende per tutti, e affermate così una verità più grande e più generale, di quanto non pensiate».

 

 

 

Tutti gli uomini sono sottoposti alle stesse leggi della natura; tutti nascono con la medesima debolezza; tutti vanno soggetti agli stessi dolori e il corpo del ricco perisce come quello del povero. Dunque Dio non ha dato a nessun uomo alcuna superiorità naturale, né per la nascita, né per la morte: tutti sono uguali al suo cospetto.

 

 

 

Disparità delle Attitudini

 

 

 

804 - Perché non ha dato Iddio le stesse attitudini a tutti gli uomini?

 

«Dio ha creato uguali tutti gli Spiriti; ma ciascuno di essi ha vissuto più o meno, è quindi ha più o meno imparato. La differenza sta nel grado di esperienza e nella volontà che è il libero arbitrio, per mezzo del quale alcuni si perfezionano più rapidamente, il che dà loro diverse attitudini. La varietà di queste è necessaria, acciocché ognuno possa cooperare ai fini della Provvidenza nel limite dello sviluppo delle sue forze fisiche ed intellettuali: quel che non fa l’uno, fa l’altro, e così hanno tutti il proprio compito utile. Inoltre, poiché tutti i mondi sono solidali fra loro, gli abitanti dei superiori, che nella maggior parte furono creati prima del vostro, vengono ad abitare fra voi per darvi esempio». (Vedi numero 361).

 

 

 

805 - Allorché passa da un mondo superiore in uno inferiore, lo Spirito conserva integre tutte le facoltà acquistate?

 

«Vi abbiamo già detto che lo Spirito non retrocede: può scegliere un corpo più rozzo, o una condizione più precaria di quella di prima, ma solo perché gli serva di insegnamento, e lo aiuti a progredire». (Vedi numero 180).

 

 

 

La diversità delle attitudini dell’uomo non deriva dalla natura intima della sua creazione, ma dal grado di perfezionamento al quale è pervenuto lo Spirito incarnato in lui. Dunque, Iddio non ha creato facoltà disuguali, ma ha permesso che i vari gradi di sviluppo fossero a contatto, affinché chi è più innanzi possa aiutare a progredire chi è più indietro, e affinché gli uomini, avendo bisogno gli uni degli altri, comprendessero la legge di carità, che li deve stringere insieme.

 

 

 

Disuguaglianze sociali

 

 

 

806 - La disuguaglianza delle condizioni sociali è una legge di natura?

 

«No: è l’opera dell’uomo, non di Dio».

 

- Dunque scomparirà col tempo?

 

«Solamente le leggi di Dio sono eterne. E non vedete che questa disuguaglianza si attenua a poco a poco ogni giorno? Scomparirà del tutto quando cesserà la prevalenza dell’orgoglio e dell’egoismo, e non rimarrà più che la differenza del merito. Verrà un giorno in cui i membri della grande famiglia dei figli di Dio non si riguarderanno come di sangue più o meno puro, poiché più o meno puro non è che lo Spirito, e questo non dipende dallo stato sociale».

 

 

 

807 - Che dire di chi abusa della propria condizione sociale per opprimere il debole a suo profitto?

 

«Guai, guai allo sciagurato! Sarà oppresso a sua volta e rinascerà in una esistenza in cui soffrirà ciò che avrà fatto soffrire agli altri». (Vedi numero 684).

 

 

 

Disuguaglianza delle Ricchezze

 

 

 

808 - La disuguaglianza delle ricchezze non ha radice in quella delle facoltà, che fornisce ad alcuni più mezzi di procacciarsele che ad altri?

 

«Sì e no: e la frode e le ruberie non contano?»

 

- La ricchezza ereditaria però non è frutto delle cattive passioni.

 

«Che ne sapete voi? Risalite alla sorgente, e vedrete che essa non è sempre pura. Potete giurare che in origine non sia stata il frutto di una spoliazione o di una ingiustizia? Ma, tralasciando anche l’origine, che può essere iniqua, credete forse che la cupidigia dell’oro, anche onestamente acquistato, e i desideri segreti di possederlo al più presto siano sentimenti lodevoli? Eppure, sono questi che Iddio giudica, e vi assicuro che il suo giudizio è più severo di quello degli uomini».

 

 

 

809 - Se una fortuna fu male acquistata in origine, è tenuto a risponderne chi la eredita più tardi?

 

«Certamente non è responsabile del male fatto da altri e specialmente se lo ignora; ma persuadetevi che spesso una fortuna tocca all’uomo solo per dargli occasione di riparare ad un’ingiustizia. Beato lui, se lo comprende! Poiché, qualora lo faccia in nome del colpevole, della riparazione avranno merito tutti e due, dal momento che spesso è quest’ultimo che la provoca».

 

 

 

810 - Senza scostarsi dalla legalità qualcuno può disporre dei suoi beni in maniera più o meno giusta. Trapassato che sia, deve egli rispondere del modo col quale avrà ripartito i suoi averi?

 

«Ogni azione porta i suoi frutti: quelli delle buone sono dolci; quelli delle cattive sempre amari. Avvertite che ho detto sempre».

 

 

 

811 - E’ possibile l’assoluta eguaglianza delle ricchezze?

 

«No; vi si oppone il divario delle facoltà e dei caratteri».

 

- Tuttavia, qualcuno crede che in questa eguaglianza si trovi il rimedio ai mali della società: che ne dite voi?

 

«Non può essere che un utopista, o un ambizioso mosso da invidia, il quale non comprende che l’eguaglianza da lui sognata sarebbe subito distrutta dalla forza delle cose. Combattete l’egoismo, vera piaga della vostra società, e non vi perdete in chimere».

 

 

 

812 - Se non è possibile l’eguaglianza delle ricchezze, non sarà possibile neppure quella del benessere?

 

«Questa sì, perché il benessere è relativo, e tutti potrebbero goderne, se s’intendessero bene. Il vero benessere consiste per ciascuno nell’impiego del tempo a suo piacere e non in lavori, per i quali non è portato: ora, poiché ognuno ha differenti attitudini, nessun lavoro utile resterebbe ineseguito. L’equilibrio esiste in tutto: è l’uomo, che lo rompe».

 

- Potranno gli uomini intendersi una buona volta?

 

«Si intenderanno quando praticheranno la legge di giustizia».

 

 

 

813 - C’è qualcuno che si riduce alle privazioni e alla miseria per propria colpa: può esserne incolpata la società?

 

«Sì: in primo luogo perché, come abbiamo già detto, essa è spesso la vera causa delle loro colpe, e poi perché essa ha l’obbligo di curarne l’educazione morale. E troppo spesso una cattiva educazione ne ha falsato il criterio, piuttosto che soffocarne le tendenze perniciose». (Vedi numero 685).

 

 

 

Prove della Ricchezza e della Miseria

 

 

 

814 - Perché da Iddio le ricchezze ad alcuni, ad altri la miseria?

 

«Per provarli in diversa maniera; del resto, sapete bene che esse prove sono scelte dagli Spiriti stessi; e spesso essi soccombono».

 

 

 

815 - Quale delle due prove è più pericolosa per l’uomo: quella dell’avversa, o quella della prospera fortuna?

 

«Ambedue ugualmente: la miseria può indurre alla mormorazione contro la Provvidenza; la ricchezza spinge ad ogni sorta di eccessi».

 

 

 

816 - Se il ricco è più soggetto a tentazioni, non ha anche più mezzi per fare del bene?

 

«Ed è appunto quello che non fa sempre: diviene egoista orgoglioso e insaziabile; i suoi bisogni crescono con la fortuna, e crede di non averne mai abbastanza per sé solo».

 

 

 

La grandezza mondana e l’autorità dei suoi simili sono prove tanto ardue e pericolose quanto la sventura, poiché quanto uno è più ricco e più potente, tanto più gravi sono i doveri che ha da compiere, e tanto maggiori sono i suoi mezzi di fare il bene ed il male. Dio prova il povero con la rassegnazione; e il ricco con l’uso che fa delle sue dovizie e della sua autorità

 

La ricchezza e la potenza suscitano tutte le passioni che ci avvincono alla materia, e ci allontanano dalla perfezione spirituale; indi quelle parole di Gesù: “In verità vi dico, è più facile a un cammello (grossa fune) passare per la cruna di un ago, che ad un ricco entrare nel regno dei Cieli”. (Vedi numero 266).

 

 

 

Eguaglianza di Diritti dell’Uomo e della Donna

 

 

 

817 - L’uomo e la donna sono eguali davanti a Dio, ed hanno i medesimi diritti?

 

«Non ha egli dato ad entrambi l’intelligenza del bene e del male e la facoltà di progredire?».

 

 

 

818 - Da dove viene l’inferiorità morale della donna in certe contrade?

 

«Dall’autorità ingiusta e crudele, che l’uomo ha preso su di lei. E’ frutto delle istituzioni sociali e dell’abuso della forza sulla debolezza. Fra gli uomini poco progrediti dal lato morale la forza fa il diritto».

 

 

 

819 - Perché la donna è fisicamente più debole dell’uomo?

 

«Perché si capisce che le sono assegnati compiti particolari. L’uomo è fatto per lavori gravi, perché è più forte; la donna, che è più debole, per i leggieri: e tutti e due per aiutarsi a vicenda nelle prove di una vita piena di amarezze».

 

 

 

820 - La debolezza fisica della donna non la pone per natura sotto la dipendenza dell’uomo?

 

«Dio ha dato la forza a chi l’ha per proteggere il debole, e non per assoggettarlo».

 

 

 

Dio ha adattato l’organismo di ciascun essere ai compiti che deve svolgere. Se ha dato alla donna forza fisica minore, l’ha però dotata di maggiore sensibilità in rapporto alla delicatezza del ministero materno e alla debolezza degli esseri affidati alle sue cure.

 

 

 

821 - I compiti a cui la donna è destinata dalla natura, hanno la stessa importanza di quelli riservati all’uomo?

 

«Anche maggiore, poiché le prime nozioni della vita gli vengono da lei».

 

 

 

822 - Poiché gli nomini sono eguali davanti alla legge di Dio devono essere anche eguali davanti alla legge umana?

 

«E’ il primo principio della giustizia: Non fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi».

 

- Quindi, una legislazione, perché sia perfettamente giusta, deve sancire l’eguaglianza dei diritti nell’uomo e nella donna?

 

«Dei diritti sì, dei compiti no: accade che ognuno abbia il posto determinato secondo la sua attitudine. All’uomo spettano gli affari, alla donna le cure della famiglia. La legge umana, dunque, per essere giusta, deve sancire l’eguaglianza dei loro diritti, poiché ogni privilegio accordato all’uno o all’altra, è contrario all’equità: l’emancipazione della donna segue il progresso dell’incivilimento, la sua servitù è segno positivo di barbarie. I sessi, d’altra parte, non esistono che per rispetto all’organismo fisico, potendo gli Spiriti prenderne ora l’uno ora l’altro, e quindi anche da questo lato non vi è alcuna differenza fra essi, che in conseguenza devono godere degli stessi diritti».

 

 

 

Eguaglianza davanti al Sepolcro

 

 

 

823 - Che cosa è il desiderio di vedere perpetuata la propria memoria con monumenti funebri?

 

«Un ultimo atto di orgoglio».

 

- Ma la sontuosità dei monumenti funebri non proviene, il più delle volte, dai parenti, che vogliono onorare la memoria del trapassato, piuttosto che dal trapassato stesso?

 

«Allora è orgoglio dei parenti, che vogliono esaltare se stessi. Raro è che quelle dimostrazioni tendano ad onorare il morto; spesso, invece, si fanno per amor proprio, per vanità e per sfoggio di ricchezza. Credete forse che la memoria di un essere diletto duri meno nel cuore del povero, perché egli non può portare che un fiore sulla umile fossa? Credete voi che il marmo salvi dall’oblio chi visse inutilmente sulla terra?».

 

 

 

824 - La pompa dei funerali è proprio biasimevole?

 

«No; quando onori la memoria di un uomo dabbene, può essere giusta e di buon esempio».

 

 

 

Il sepolcro è l’ultimo albergo di tutti gli uomini; ivi finiscono inesorabilmente tutte le distinzioni umane. Invano tenta il ricco di perpetuare la sua memoria con, monumenti fastosi: il tempo li distruggerà, come ha distrutto il suo corpo; così vuole la natura. La memoria delle sue azioni sarà meno peritura che la sua tomba; e, laddove queste siano state turpi, pompa di funerali non ne laverà nemmeno una, né lo farà salire di un grado nella gerarchia spiritica (vedi numero 320 e seguenti).

 

 

 

10 - Legge di libertà

 

 

 

 

 

Libertà naturale - Schiavitù - Libertà di Pensiero - Libertà di Coscienza - Libero Arbitrio - Fatalità - Conoscenza dell’Avvenire - Saggio sul Movente delle Azioni dell’Uomo.

 

 

 

 

 

Libertà naturale

 

 

 

825 - C’è al mondo una condizione di cui l’uomo possa vantarsi di essere veramente libero?

 

«No, perché ciascuno di voi, così il piccolo come il grande, ha bisogno degli altri».

 

 

 

826 - Ma, se non vi è, ci potrebbe essere?

 

«Sì, quella dell’eremita in un deserto; poiché non appena si trovano insieme due uomini, hanno diritti altrui da rispettare, e quindi non più libertà assoluta».

 

 

 

827 - L’obbligo di rispettare i diritti altrui toglie all’uomo quello di appartenere a se stesso?

 

«Niente affatto, perché questo è un diritto naturale».

 

 

 

828 - Come conciliare le opinioni liberali di alcuni col dispotismo che poi spesso esercitano essi stessi in famiglia e sui loro subordinati?

 

«Hanno l’intuito della legge naturale, ma questo è controbilanciato dall’orgoglio e dall’egoismo. Comprendono ciò che deve essere, quando i loro principi non sono una calcolata commedia ma non lo fanno».

 

- Nell’altra vita si terrà loro conto dei principi che professarono in questa?

 

«Quanto più l’uomo comprende un principio, tanto meno scusabile di non applicarlo a se stesso. In verità vi dico: l’uomo semplice, ma sincero, è più innanzi nella vita di Dio, che chi vuol comparire ciò che non è».

 

 

 

Schiavitù

 

 

 

829 - Ci sono uomini destinati dalla natura ad essere proprietà di altri uomini?

 

«Ogni soggezione assoluta di un uomo verso un altro uomo è contraria alla legge di Dio. La schiavitù è un abuso della forza, che scomparirà in forza del progresso, come a poco a poco scompariranno tutti gli altri abusi».

 

 

 

La legge umana, che sancisce la schiavitù, è contro natura perché assimila l’uomo al bruto, e lo degrada moralmente e fisicamente.

 

 

 

830 - Quando la schiavitù è nei costumi di un popolo, chi ne trae vantaggio conformandosi ad un uso che gli sembra naturale, è ugualmente colpevole?

 

«Il male è sempre male, e tutti i vostri sofismi non faranno che un’azione cattiva diventi buona; ma l’imputabilità del male è relativa ai mezzi che uno ha di comprenderlo. Chi trae profitto dalla legge di schiavitù è sempre colpevole di una violazione della legge naturale; ma anche in questa, come in ogni altra cosa, la colpabilità è relativa. Siccome la schiavitù fu, ed è ancor nei costumi di certi popoli, l’uomo ha potuto trarne vantaggio in buona fede, e come di cosa che sembrava legittima; ma non appena la sua ragione sia più sviluppata, e specie più illuminata dalla luce del progresso, che gli mostra nello schiavo un suo uguale di fronte a Dio, egli non ha più scusa».

 

 

 

831 - La naturale disparità delle attitudini non pone certe razze umane sotto la dipendenza delle razze più intelligenti?

 

«Sì, per elevarle, ma non per abbrutirle maggiormente con la schiavitù. Gli uomini hanno da gran tempo considerato certe razze umane come animali da fatica muniti di braccia e di mani, che si credettero in diritto di vendere come bestie da soma. Si credono di un sangue più puro gli sciagurati che non vedono se non materia! Ora, non si tratta di sangue più o meno puro, ma di spirito» (Vedi numeri 361 - 805).

 

 

 

832 - Alcuni, peraltro, trattano i loro schiavi con umanità, non lasciano mancar loro il necessario, e pensano che la libertà li esporrebbe a maggiori privazioni. Che dite di costoro?

 

«Dico che comprendono meglio i propri interessi, e che hanno anche gran cura dei loro buoi e dei loro cavalli per ritrarne maggior guadagno al mercato! Costoro non sono tanto colpevoli come quelli che li maltrattano; ma nondimeno li considerano come una mercanzia, privandoli del diritto di appartenere a se stessi».

 

 

 

Libertà di Pensiero

 

 

 

833 - C’è qualche cosa nell’uomo, che sfugga a qualunque coercizione, e rispetto alla quale egli gode di assoluta libertà?

 

«Il pensiero, che sfida ceppi e catene. Si può opprimerlo, ma non soffocare».

 

 

 

834 - L’uomo è tenuto a rispondere del suo pensiero?

 

«Ne risponde a Dio, poiché Egli solo lo può conoscere, e quindi condannare od assolvere secondo la sua giustizia».

 

 

 

Libertà di Coscienza

 

 

 

835 - La libertà di coscienza è conseguenza della libertà di pensiero?

 

«La coscienza è un pensiero intimo, che appartiene all’uomo come a tutti gli altri».

 

 

 

836 - Ha l’uomo diritto di costringere la libertà di coscienza?

 

«No, come non ne ha di costringere quella del pensiero. Questo diritto appartiene unicamente a Dio. Se l’uomo regola con le leggi umane i rapporti da uomo ad uomo, Dio con le leggi di natura regola quelli dell’uomo verso di Lui».

 

 

 

837 - Quale effetto ha il voler soffocare la libertà di coscienza?

 

«Quello di costringere gli uomini ad agire diversamente di come pensano, e quindi farne degli ipocriti. La libertà di coscienza è uno dei caratteri della vera civiltà e del vero progresso».

 

 

 

838 - E’ rispettabile ogni credenza, quando anche fosse notoriamente falsa?

 

«Ogni credenza è rispettabile quando è sincera e conduce alla pratica del bene. Biasimevoli sono quelle credenze che inducono al male».

 

 

 

839 - E’ riprovevole scandalizzare nella sua fede chi non pensa come noi?

 

«E’ mancare di carità e attentare alla libertà di pensiero».

 

 

 

840 - Lede la libertà di coscienza chi pone ostacoli alla diffusione di credenze che possono sconvolgere la società?

 

«Sì possono reprimere gli atti; ma la credenza intima è inaccessibile».

 

 

 

Reprimere gli atti esterni di una credenza, quando essi pregiudicano in qualche modo gli interessi degli altri, non è ledere la libertà di coscienza, perché tale repressione lascia comunque alla credenza la sua piena libertà.

 

 

 

841 - Si deve forse lasciare, per rispetto alla libertà di coscienza, che si propaghino dottrine perniciose; oppure è lecito, senz’attentare a questa libertà cercare di ricondurre sulla retta via chi si è smarrito per falsi principi?

 

«Senza dubbio è lecito, anzi doveroso; ma insegnate, secondo l’esempio di Gesù, con la dolcezza e con la persuasione; non con la violenza, il che sarebbe peggio della credenza erronea di colui che vorreste convertire. Il bene e la fratellanza si devono istillare con la dolcezza, non con la violenza: la convinzione non si impone mai».

 

 

 

842 - Tutte le dottrine pretendono di essere l’unica espressione della verità. Come possiamo riconoscere quella che abbia maggior diritto di proclamarsi tale?

 

«Sarà quella che formerà il maggior numero di onesti e il minor numero d’ipocriti; vale a dire, che insegnerà a praticare la legge d’amore e di carità nella sua massima purezza e nella sua più larga applicazione. Da questo segno ne riconoscerete la bontà, poiché ogni dottrina che attizzi la discordia e stabilisca una distinzione tra i figli di Dio, non può essere che falsa e perniciosa».

 

 

 

Libero Arbitrio

 

 

 

843 - Ha l’uomo il libero arbitrio dei suoi atti?

 

«Poiché ha quello di pensare, ha anche quello di agire. Senza libero arbitrio, l’uomo sarebbe una macchina».

 

 

 

844 - L’uomo fruisce del libero arbitrio fin dalla nascita?

 

«Non può avere libertà d’agire prima che abbia volontà di fare. Nel primo periodo della vita, la libertà è quasi nulla; poi si svolge, e cambia di oggetto con le facoltà. Siccome il fanciullo concepisce i pensieri in rapporto ai bisogni della sua età, egli applica il libero arbitrio alle cose che gli sono necessarie».

 

 

 

845 - Le predisposizioni istintive, che l’uomo porta con sé nascendo, non sono di ostacolo all’esercizio del libero arbitrio?

 

«Le predisposizioni istintive sono quelle dello Spirito prima della sua incarnazione. Qualora egli sia poco progredito, possono incitarlo ad atti riprovevoli, assecondate in questo anche da Spiriti ai quali quelle predisposizioni riescono simpatiche; ma per chi vuole combatterle, non c’è attrattiva irresistibile. Ricordatevi che volere è potere». (Vedi numero 361).

 

 

 

846 - La costituzione fisica non ha peso sugli atti della vita? E, se sì, non è a discapito del libero arbitrio?

 

«Lo Spirito, certamente, sente qualche effetto della materia, che ne può rendere difficile le manifestazioni, per la qual cosa nei mondi, ove i corpi sono meno materiali che sulla terra, le facoltà si svolgono più liberamente; ma ben sapete che queste non sono date dal corpo. Del resto, qui bisogna distinguere le facoltà morali dalle intellettive: se un uomo ha l’istinto dell’omicidio, esso gli viene per certo dallo Spirito, non dagli organi. Chi annienta il suo pensiero, per lasciarsi andare nei viluppi della materia, si fa, di sua volontà, simile al bruto, ed anche peggio, e, non pensando più a prevenire il male, cade in fallo per propria volontà». (Vedi numero 367 e seguenti: “Influenza dell’Organismo”).

 

 

 

847 - Le alterazioni delle facoltà tolgono all’uomo il libero arbitrio?

 

«Sì, perché lo privano della padronanza e della libertà di pensiero. Esse, non di rado, sono una punizione per lo Spirito, il quale, in altra esistenza, può essere stato vano ed orgoglioso od aver abusato delle sue facoltà, e quindi rinascere nel corpo di un maniaco o di un idiota, come il despota in quello di uno schiavo, e il ricco egoista in quello di un mendicante. Ma lo Spirito soffre per queste alterazioni, di cui ha coscienza: ed in ciò consiste l’azione della materia». (Vedi numero 371 e seguenti).

 

 

 

848 - L’aberrazione delle facoltà intellettuali per ubriachezza scusa gli atti riprovevoli?

 

«No, perché il beone se ne priva volontariamente per soddisfare la sua passione brutale: invece di una colpa sola, egli ne commette due».

 

 

 

849 - Nell’uomo allo stato selvaggio quale delle due facoltà prevale: l’istinto, o il libero arbitrio?

 

«L’istinto, il che non gl’impedisce di agire in certe cose con piena libertà: ma, come il fanciullo, egli applica questa libertà ai suoi bisogni, ed essa si svolge insieme con l’intelligenza. Quindi voi, che siete più illuminati dei selvaggi, siete anche più responsabili di loro in quello che fate».

 

 

 

850 - La condizione sociale non è talvolta di ostacolo alla intera libertà degli atti?

 

«Se il mondo ha le sue esigenze, Iddio, che è giusto, tiene conto di tutto, ma terrà conto dei vostri sforzi per superare gli ostacoli».

 

 

 

Fatalità

 

 

 

851 - Si può dire che ci sia una fatalità negli eventi della vita, cioè che gli avvenimenti ne siano prestabiliti? E in tal caso dove sta il libero arbitrio?

 

«Fatalità non esiste se non per la scelta che lo Spirito ha fatto, incarnandosi, di subire questa o quella prova, poiché, scegliendo, egli si crea una specie di destino, che è la conseguenza stessa della condizione in cui si è posto. Ben inteso, però, che parlo delle prove fisiche; poiché, per quanto riguarda le prove morali e le tentazioni, lo Spirito, il quale conserva il suo libero arbitrio per il bene e per il male, è sempre padrone di cedere, o di resistere. Uno Spirito buono, vedendolo vacillare, può muoversi in suo soccorso, ma non imporglisi in maniera da minare la volontà; uno Spirito cattivo, vale a dire basso, facendogli vedere una cosa per un’altra, o esagerandogli un pericolo, può impressionarlo e spaventarlo; ma, nondimeno, la volontà dello Spirito incarnato resta libera da ogni coazione».

 

 

 

852 - Ci sono persone, le quali sembrano perseguitate da una fatalità indipendente dal loro modo di agire, di cui si possa dire che abbiano per destino la sventura?

 

«Può darsi che queste siano prove, che devono subire e che hanno scelto esse stesse; ma lasciate che io ve lo ripeta: voi mettete in conto del destino ciò che il più delle volte non è se non la conseguenza delle vostre proprie colpe. Nei mali che vi affliggono, procurate di aver pura la coscienza, e sarete già mezzo consolati».

 

 

 

Le idee giuste o false, che ci formiamo delle cose, ci fanno riuscire, o non riuscire secondo il nostro concetto e la nostra condizione sociale; ma noi troviamo più semplice e meno umiliante per il nostro amor proprio attribuire i nostri insuccessi alla sorte o al destino, anziché alla nostra colpa. Se l’opera degli Spiriti vi contribuisce talvolta, noi ce ne possiamo sempre sottrarre, respingendo, se sono cattive, le idee che ci suggeriscono.

 

 

 

853 - Alcuni non sfuggono ad un mortale pericolo che per cadere in un altro; sembra che non possano evitare la morte: non è questa una fatalità?

 

«Di fatale, nel vero senso della parola, non c’è che l’istante della morte: quando esso è venuto, sia in un modo, sia in un altro, non ve ne potete esimere».

 

- Ciò posto, qualunque sia il pericolo che ne minaccia, non moriamo, se l’ora nostra non è suonata?

 

«Proprio così. Dio sa già prima di quale genere morrete, e spesso lo sa anche il vostro Spirito, giacché lo conobbe, quando fece la scelta della sua esistenza».

 

 

 

854 - Dalla irremovibilità dell’ora della morte ne segue, che le precauzioni che si prendono per evitarla siano inutili?

 

«No; quelle precauzioni vi si suggeriscono, affinché la evitiate, e sono uno dei mezzi a conseguire che non si compia, se il vostro tempo non è ancora venuto».

 

 

 

855 - A che fine la Provvidenza ci fa correre pericoli, che non devono avere conseguenze?

 

«Per distogliervi dal male e rendervi migliori. Quando, scampati dal pericolo, ne siate però ancora sotto l’impressione, pensate, più o meno seriamente, a migliorarvi, secondo la maggiore o minore influenza che i buoni Spiriti esercitano su di voi. Coi pericoli, che correte, Dio vi fa ricordare della vostra debolezza e della fragilità della vostra esistenza. Se poi esaminate la causa e la natura del pericolo, vedrete per lo più, che le sue conseguenze sarebbero state la punizione di una colpa commessa, o di un dovere inadempiuto. Dio vi avverte così di rientrare in voi stessi, e di emendarvi». (Vedi numeri 526 - 532).

 

 

 

856 - Lo Spirito conosce con precedenza il genere di morte, a cui dovrà soccombere il suo corpo?

 

«Egli sa che il genere di vita da lui scelto lo esporrà a un modo piuttosto che in un altro; ma conosce anche le lotte che dovrà sostenere per evitare, con l’aiuto di Dio, di soccombere prima del tempo».

 

 

 

857 - Alcuni affrontano i pericoli delle battaglie con la persuasione che la loro ora non è ancora venuta: tale fiducia ha qualche fondamento?

 

«Come l’uomo ha spessissimo il presentimento della sua fine, così può avere quello della sua incolumità. Questo presentimento gli viene dai suoi Spiriti protettori, che lo avvertono di tenersi pronto alla dipartita, o ne rianimano il coraggio ne momenti più difficili; ma può averlo anche egli stesso dall’intuito dell’esistenza che ha scelto, o della missione che accettò e sa di dover compiere». (Vedi numeri 411 - 522).

 

 

 

858 - Da dove viene che coloro i quali presentono la propria morte la temono, in generale, meno degli altri?

 

«E’ l’uomo, che teme la morte, non lo Spirito; ora chi ha questo presentimento pensa più come Spirito che come uomo: comprende la sua liberazione, ed aspetta».

 

 

 

859 - Se la morte non può evitarsi quando deve venire, è lo stesso di tutti gli accidenti che accadono nel corso della vita?

 

«Essi sono normalmente cose troppo lievi, sicché non vi è alcuna ragione di avvertirvene con precedenza; qualche volta però, facciamo in modo che li evitiate, dirigendo il vostro pensiero, poiché a noi ripugna la sofferenza materiale; ma, in ogni modo, essi importano poco per rispetto all’esistenza che avete scelto. Di veramente fatale non c’è che l’ora in cui dovete nascere e morire».

 

- Vi sono fatti che devono assolutamente avverarsi, e che la volontà degli Spiriti non può scongiurare?

 

«Sì; e voi, allo stato di Spiriti, li avete veduti e presentiti quando faceste la vostra scelta. Non crediate peraltro, che tutto ciò che accade sia scritto, come dice il volgo: un avvenimento è spesso la conseguenza di cosa che avete fatto di vostra spontanea volontà, di modo che, se non l’aveste fatta l’avvenimento non sarebbe accaduto. Se vi bruciate un dito, è vostra imprudenza, e il dolore è la conseguenza della materia: solo i grandi affanni, gli avvenimenti di rilievo, che possono influire sul morale, sono preveduti da Dio, perché utili alla vostra purificazione ed istruzione».

 

 

 

860 - L’uomo, con la sua volontà e con le sue azioni, può far che avvenimenti, i quali dovrebbero accadere, non accadano, e viceversa?

 

«Sì, se questo mutamento può combinarsi con la vita che ha scelto. Inoltre, può impedire il male, specialmente quello che può condurre ad un male maggiore, per fare, come deve essere fatto, il bene, che è l’unico scopo della vita».

 

 

 

861 - L’uomo che commette un omicidio, sa, nello scegliere la sua esistenza, che diverrà assassino?

 

«No; egli sa che, scegliendo una vita di lotte, corre il rischio di uccidere un suo simile; ma ignora se lo farà, perché quasi sempre prima vi è esitazione e poi decisione in chi sta per commettere un delitto: ora, chi esita e poi decide intorno ad una cosa, è sempre libero di farla o non farla. Se lo Spirito sapesse anticipatamente che, come uomo, dovrà commettere un omicidio, vi sarebbe predestinato, mentre nessuno è predestinato al male, e ogni delitto, come ogni altra azione, dipende sempre dalla volontà e dal libero arbitrio. Del resto, voi confondete sempre due cose diverse: gli avvenimenti materiali della vita e gli atti della vita morale. Se talora può esservi una certa fatalità, è negli avvenimenti materiali, la cui cagione è fuori di voi, e che non dipendono dalla vostra volontà; ma gli atti della vita morale emanano sempre dall’uomo stesso, che per conseguenza ha sempre la libertà della scelta: per questi dunque non vi è mai fatalità».

 

 

 

862 - Ci sono alcuni ai quali non riesce mai nulla e che sembrano perseguitati da un genio malefico in ogni impresa. Non si può questa chiamarla fatalità?

 

«Sì, se volete darle un tal nome; ma tutto dipende dalla scelta del genere di esistenza, poiché quei perseguitati hanno voluto una vita di delusioni per esercitare la pazienza e la rassegnazione. Tuttavia, non crediate assoluta quella fatalità, poiché spesso non e che il risultato della falsa strada che hanno preso, inadeguata alla loro intelligenza e alle loro attitudini. Chi vuole attraversare un fiume a nuoto senza saper nuotare, corre grande pericolo di annegarvi: è così per lo più negli avvenimenti della vita. Se l’uomo si occupasse solamente di cose adeguate alle sue facoltà, vi riuscirebbe quasi sempre, mentre lo prendono l’amor proprio e l’ambizione, che lo fanno traviare e prendere per vocazione il desiderio di soddisfare le sue passioni. Egli non riesce per propria colpa; ma, piuttosto che incolpare se stesso, preferisce darne la colpa alla sua cattiva stella. Un tale che sarebbe stato un buon operaio, e si sarebbe guadagnato onestamente la vita, sarà un meschino poeta, e morrà di fame. Al mondo ci sarebbe posto per tutti, se ognuno si contentasse di quello che gli è stato assegnato».

 

 

 

863 - E i costumi sociali non costringono spesso l’uomo a seguire questa anziché quella via? Ed egli più volte non deve inchinarsi alla volontà di altri nella scelta della sua carriera? Ciò che si chiama rispetto umano, non è forse un ostacolo all’esercizio del libero arbitrio?

 

«Non Iddio, ma gli uomini fanno i costumi sociali, se vi si assoggettano, vuol dire che piace loro così. Questo è un atto del loro libero arbitrio, poiché, se volessero, potrebbero scuotere il giogo; ma allora perché se ne lagnano? Non i costumi sociali devono accusare, ma il loro sciocco amor proprio, per cui preferiscono morire di fame piuttosto che, come dicono, derogare alla propria dignità. Intanto, a loro nessuno resta grato di quel sacrificio fatto all’opinione altrui: mentre Iddio, ascriverebbe loro a merito il sacrificio della loro vanità. Né vuol dire con questo che si debba sfidare quella opinione senza necessità, come fanno alcuni vanitosi, più originali che veri filosofi, poiché vi è tanta stoltezza nel farsi segnare a dito, o riguardare come una bestia curiosa, quanta vi è saggezza nel discendere volontariamente e senza rimpianto in una condizione più umile, quando un uomo non si può mantenere sull’alto della scala».

 

 

 

864 - Se ci sono di quelli ai quali non ne va bene una, altri sembrano in modo speciale favoriti, poiché loro va tutto bene: da che deriva?

 

«Spesso dal fatto che questi sanno aiutarsi meglio; ma può essere anche un genere di prova: il buon successo li inebria, si affidano al proprio destino e sovente pagano più tardi quei successi medesimi con crudeli infortuni, che avrebbero potuto evitare con la prudenza».

 

 

 

865 - Come spiegare la sorte che favorisce qualcuno in cose nelle quali non c’entra né la volontà, né l’intelligenza, come sarebbe, per esempio, nel giuoco?

 

«Certi Spiriti hanno scelto spontaneamente quei generi di piaceri la sorte che li favorisce è una tentazione. Colui che guadagna come uomo, perde come Spirito: è una prova per il suo orgoglio e la sua cupidigia».

 

 

 

866 - Dunque la fatalità, che sembra domini sui destini materiali della nostra vita, sarebbe anch’essa l’effetto del nostro libero arbitrio?

 

«Voi stessi avete scelto le vostre prove: quanto più sono rudi, quanto meglio le superate, tanto più vi innalzerete. Quelli che passano la vita nell’abbondanza e nella umana felicità, sono Spiriti vili, che non progrediscono di un passo. Per conseguenza, il numero degli sfortunati sorpassa di assai quello dei felici in questo mondo, giacché la maggior parte degli Spiriti cerca la prova, che sarà per essere loro più fruttuosa. Essi vedono troppo bene la vanità delle vostre grandezze e dei vostri piaceri. Del resto, anche la vita più felice è sempre agitata o turbata, non fosse altro, dalla mancanza del dolore». (Vedi numero 525 e seguenti).

 

 

 

867 - Su che si fonda l’espressione: essere nato sotto una buona stella?

 

«Sull’antica superstizione, che attribuiva agli astri il destino dell’uomo: allegoria che gli sciocchi prendono alla lettera».

 

 

 

Conoscenza dell’Avvenire

 

 

 

868 - Può essere rivelato all’uomo l’avvenire?

 

«In generale gli è nascosto: Iddio non ne permette la rivelazione che in casi rarissimi e straordinari».

 

 

 

869 - Per quale ragione è nascosto l’avvenire all’uomo?

 

«Se l’uomo conoscesse l’avvenire, trascurerebbe il presente, e non agirebbe con piena libertà, poiché, dominato dal pensiero che, se una cosa deve accadere, riterrebbe inutile occuparsene, o cercherebbe di evitarlo. Ma Dio non lo ha voluto, affinché ognuno concorresse al compimento delle cose stabilite, perfino a quelle a cui vorrebbe opporsi. Così voi stessi preparate più volte, senz’avvedervene, gli avvenimenti che si effettueranno nel corso della vostra vita».

 

 

 

870 - Se torna utile che l’avvenire sia nascosto, perché Dio ne permette talvolta la rivelazione?

 

«Perché allora la prescienza deve facilitare il compimento della cosa, piuttosto che ostacolarlo, con l’eccitare ed agire diversamente di come si sarebbe fatto senza quella conoscenza. Inoltre, spesso è una prova, poiché la previsione di un avvenimento può destare pensieri buoni, o men che retti. Se un uomo, per esempio, viene a sapere che dovrà pervenirgli un’eredità sulla quale non contava, potrà essere invaso dal sentimento della cupidigia per il desiderio di accrescere i suoi piaceri terreni, per la bramosia di arricchire più presto, desiderando forse anche la morte di colui che deve lasciargli la propria fortuna; o, all’opposto, questa previsione potrà destare in lui buoni sentimenti e pensieri generosi. Se poi la predizione non si compie, è un’altra prova: quella del modo con cui sopporterà il disinganno; ma, qualunque cosa avvenga, e avrà sempre il merito o il torto dei pensieri buoni o cattivi: che la fede nell’avvenimento fece nascere in lui».

 

 

 

871 - Iddio, che conosce tutto, conosce parimenti se un uomo debba o non debba soccombere in una prova: allora che bisogno c’è di una prova, la quale non può manifestare a Dio cosa alcuna che Egli già non sappia sul conto dell’uomo?

 

«Tanto varrebbe chiedere, perché Dio non abbia creato l’uomo perfetto e compiuto (vedi n. 119), e perché questo passi per l’infanzia e l’adolescenza prima di giungere alla virilità (vedi n. 379). La prova non ha per fine quello d’illuminare Iddio sul merito dell’uomo, poiché Egli sa già benissimo quanto esso valga ma quello di lasciare all’uomo tutta la responsabilità dei suoi atti, perché libero di farli, o di farli fare. Dal momento che l’uomo ha la scelta fra il bene ed il male, la prova ha lo scopo di metterlo alle prese con la tentazione del male, affinché abbia tutto il merito della resistenza: ora, benché Dio sappia precedentemente se egli riuscirà, o non riuscirà, non può tuttavia, nella sua giustizia né punirlo, né ricompensarlo per un atto che non avrebbe avuto compiacimento». (Vedi numero 258).

 

 

 

Così accade anche fra gli uomini. Per quanto sia capace un candidato, per quanto si sia certi di vederlo riuscire, non gli si conferisce alcun grado senza esame, cioè senza prova, e così il giudice non condanna un accusato che dopo aver avuto le prove che abbia perpetrato un delitto, e non sulla presunzione che egli avrebbe potuto o dovuto perpetrarlo.

 

Quanto più uno riflette sulle conseguenze che risulterebbero per l’uomo dalla conoscenza dell’avvenire, tanto più scorge come sia stata saggia la Provvidenza a nasconderglielo. La certezza di un successo prospero lo ridurrebbe all’inerzia; quella di un insuccesso lo getterebbe nello scoraggiamento: in tutte e due i casi le sue forze sarebbero paralizzate. E perciò l’avvenire mostrato all’uomo solo come una mèta, che egli deve conseguire coi suoi sforzi, ma senza conoscere la trafila attraverso la quale dovrà passare per arrivarci. La conoscenza di tutti gli incidenti della vita gli toglierebbe l’iniziativa e l’uso del libero arbitrio; egli si lascerebbe trascinare sulla china fatale degli avvenimenti senza esercitare le sue facoltà. Quando il successo di una cosa è assicurato, l’uomo non vi si applica più.

 

 

 

Saggio sul Movente delle Azioni dell’uomo

 

 

 

872 - La questione del libero arbitrio può compendiarsi così.

 

L’uomo non è condotto fatalmente al male: gli atti che compie non sono prestabiliti; le colpe che commette, non sono effetti di una sentenza del destino. Egli può, come prova, o come espiazione, scegliere un’esistenza in cui, sia per l’ambiente, ove sarà collocato, sia per le circostanze, che sopravverranno, avrà tentazioni al delitto; ma è sempre padrone di agire a suo talento. Così il libero arbitrio esiste nell’uomo, allo stato di Spirito, nella scelta dell’esistenza e delle prove, e allo stato corporeo nella facoltà di cedere, o di resistere alle seduzioni, a cui ci siamo volontariamente assoggettati. Alla educazione, spetta il compito di combattere queste cattive tendenze, ed essa vi riuscirà, quando sarà basata sul profondo studio della natura morale dell’uomo, natura che si giungerà a modificare con la conoscenza delle leggi, che la reggono, come si modifica l’intelligenza con l’istruzione.

 

Lo Spirito, sciolto dalla materia, nello stato erratico sceglie le sue esistenze corporee future, secondo il grado di perfezione a cui è giunto; e in questo, come abbiamo detto, consiste specialmente il suo libero arbitrio, che non si annulla con l’incarnazione. Se egli cede sotto il giogo della materia, soccombe alle prove, che ha scelto lui stesso; ma, affinché lo aiutino a superarle, può invocare l’assistenza di Dio e dei buoni Spiriti (vedi numero 337).

 

Senza il libero arbitrio, l’uomo non avrebbe né colpa del male, né merito del bene: la qual cosa è così evidente, che anche fra noi si proporziona sempre il biasimo, o l’elogio, all’intenzione, cioè alla volontà; e volontà vuol dire libertà. L’uomo dunque non può cercare una scusa ai suoi falli nel suo organismo, senza rinnegare la sua ragione e la sua condizione di essere umano, e senza assimilarsi ai bruti, poiché se così fosse per il male, sarebbe lo stesso anche per il bene; ma invece, quando l’uomo fa il bene, non trascura di farsene un merito, e non c’è da temere che egli ne attribuisca il merito ai suoi organi, la qual cosa dimostra che egli istintivamente non rinuncia mai al più bel pregio della sua specie: la libertà del pensiero.

 

La fatalità, come è comunemente intesa, implica la decisione precedente ed irrevocabile di tutti i casi della vita, qualunque ne sia l’importanza. Se tale fosse l’ordine delle cose, l’uomo sarebbe una macchina senza volontà. A che gli servirebbe l’intelligenza se invariabilmente e in tutti i suoi atti egli fosse schiavo della potenza del destino? Questa dottrina, se fosse vera, distruggerebbe ogni libertà morale: non ci sarebbe più responsabilità e di conseguenza né bene, né male, né vizi, né, virtù. Iddio, sovranamente giusto, non potrebbe punire la sua creatura per colpe che non dipendevano dalla sua volontà di non commettere, né ricompensarla per virtù, di cui essa non avrebbe avuto alcun merito. Una tale legge inoltre frenerebbe ogni progresso, poiché l’uomo, tutto aspettando dalla sorte, non tenterebbe più nulla per migliorare la propria condizione.

 

Tuttavia, la fatalità non è sogno di mente inferma: essa esiste nella condizione in cui l’uomo si trova sulla terra, e nelle azioni che vi compie per effetto del genere di esistenza che il suo Spirito ha scelto come prova, espiazione o missione. Egli patisce fatalmente tutte le vicissitudini di questa esistenza e tutte le inerenti tendenze buone o cattive; ma lì finisce la fatalità, perché dipende dal libero arbitrio cedere, o non cedere, a queste tendenze. I particolari degli avvenimenti sono subordinati alle circostanze, che egli stesso provoca con le sue azioni, e nelle quali possono ingerirsi gli Spiriti per mezzo dei pensieri che gli suggeriscono (vedi numero 459).

 

Fatali, dunque, sono i casi che si presentano, perché conseguenze del genere di esistenza scelto dallo Spirito; ma non mai gli effetti di questi casi, poiché dipende dall’uomo il modificarne il corso con la sua prudenza. Fatalità, poi, non c’è mai negli atti della vita morale.

 

La sola cosa in cui l’uomo sia assolutamente soggetto alla legge inesorabile della fatalità è il morire, poiché egli non può sfuggire né al tempo, né al genere di morte che lo aspetta.

 

Secondo la dottrina comune, l’uomo attingerebbe tutti gli istinti in sé medesimo: deriverebbero sia dalla sua costituzione fisica, di cui non sarebbe tenuto a rispondere, sia dalla sua natura, di cui si potrebbe dire che non dipende dall’uomo.

 

La dottrina spiritica invece, assai più morale, ammette nell’uomo il libero arbitrio in tutta la sua pienezza, e dicendogli che, se fa male, cede ad una rea suggestione estranea, gliene lascia tutta la responsabilità, poiché riconosce in lui il potere di resistere ad agenti esterni, cosa evidentemente più facile che se dovesse lottare contro la natura sua propria.

 

Così, secondo la dottrina degli Spiriti, non vi è seduzione irresistibile: l’uomo può sempre chiudere l’orecchio alla voce occulta che lo sollecita al male nel suo interno, come alla voce materiale di chi gli parla: e questo con la sua volontà, chiedendo a Dio la forza necessaria, e invocando all’occorrenza l’assistenza dei buoni Spiriti. Ce lo ha insegnato Gesù nella santa preghiera detta orazione domenicale con le parole: «e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male».

 

Questa teoria del movente dei nostri atti apparisce chiara da tutto l’insegnamento degli Spiriti. Sublime per moralità, essa eleva l’uomo ai suoi propri occhi, poiché lo mostra libero di scuotere un giogo che lo opprime, come è libero di chiudere la sua casa agli importuni: egli non è più una macchina, che agisce per impulso indipendente dalla sua volontà, ma un essere ragionevole, che ascolta, giudica, e sceglie liberamente fra due consigli. Si aggiunga poi, come questo non tolga il potere di iniziativa all’uomo, che agisce sempre di sua volontà quale Spirito incarnato, e serba sotto l’involucro corporeo i pregi e i difetti, che aveva da libero. Quindi, le colpe che commettiamo, provengono dalla imperfezione del nostro Spirito, il quale ancora non ha conseguito l’eccellenza morale, che avrà un giorno.

 

La vita corporea con le prove che vi patisce, gli serve a purgarsi delle sue imperfezioni, che lo rendono debole e accessibile alle suggestioni degli altri Spiriti imperfetti, i quali ne profittano per cercare di farlo soccombere nella lotta intrapresa: se egli ne esce vincitore, si eleva; se vinto, rimane come era, né più buono, né più cattivo; è una prova da ricominciare, e la cosa può durare a lungo così. Quanto più egli si purifica, tanto più diviene forte, e tanto meno presta il fianco a coloro che lo sollecitano al male: la sua forza morale cresce a misura della sua elevazione, e gli Spiriti bassi se ne allontanano.

 

La specie umana è composta di Spiriti incarnati più o meno buoni, e, poiché la nostra terra è uno dei mondi meno progrediti, i secondi vi si trovano in numero maggiore che i primi: ecco perché vi scorgiamo tanta perversità. Facciamo dunque ogni sforzo per non doverci tornare più dopo questa stazione, e meritare il riposo in un mondo migliore, in uno di quei mondi felici, dove il bene regna incontrastato, e noi non ricorderemo il nostro passaggio sulla terra che come un tempo di esilio.

 

 

 

11 - Legge di giustizia, di amore e di carità

 

 

 

 

 

Giustizia e Diritti naturali - Diritto di Proprietà - Furto - Carità e Amore del Prossimo - Amore materno e filiale.

 

 

 

 

 

Giustizia e Diritti naturali

 

 

 

873 - Il sentimento della giustizia viene dalla natura, o si forma per idee acquisite?

 

«Se non venisse dalla natura, non vi ribellereste al solo pensiero di una ingiustizia. Il progresso morale lo svolge, ma non lo dà: Dio lo ha scritto nel cuore dell’uomo. E per questo trovate spesso negli uomini semplici ed ignoranti nozioni di giustizia più esatte che in quelli di molta dottrina».

 

 

 

874 - Se la giustizia è legge di natura, come va che gli uomini la intendono in così diverso modo, e che l’uno trova giusto ciò che per un altro è iniquo?

 

«Perché anche in questo, come in quasi tutti gli altri sentimenti naturali, si mescolano spesso le passioni che lo alterano e danno delle cose una falsa visione».

 

 

 

875 - Come si può definire la giustizia?

 

«Il rispetto dei diritti di ciascuno».

 

- Chi determina questi diritti?

 

«Anzitutto la legge naturale, e poi anche la legge umana: gli uomini si sono fatte le leggi appropriate ai loro costumi e al loro carattere, e queste hanno stabilito diritti che variano col progresso dei lumi. Osservate, invero, se le vostre leggi odierne, senza essere perfette, sanciscono gli stessi diritti che sancivano quelle della età di mezzo; eppure quei diritti antiquati, che oggi trovate mostruosi, sembravano allora giusti e naturali. Il diritto stabilito dagli uomini non è dunque sempre conforme alla giustizia, e d’altra parte non regola che certi rapporti sociali, mentre, nella vita privata, troviamo una moltitudine di atti, che non appartengono, se non al tribunale della coscienza».

 

 

 

876 - All’infuori dei diritti che sono sanciti dalla legge umana, quale è la base della giustizia fondata sulla legge naturale?

 

«Il Cristo ve lo disse: fare agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi stessi. Dio ha posto nel cuore dell’uomo la regola di ogni vera giustizia, col desiderio che ciascuno ha di vedere rispettati i suoi diritti. Nella incertezza di quello che debba fare verso un suo simile in una data circostanza, l’uomo chieda a se stesso come vorrebbe che altri in quel caso si comportasse verso di lui. Dio non poteva dargli una guida più sicura della sua coscienza».

 

 

 

Il criterio della vera giustizia è infatti quello di volere per gli altri quello che ciascuno vorrebbe per sé medesimo, e non di volere per sé medesimo quello che si vorrebbe per gli altri. Siccome non è in natura che uno si voglia male, così, prendendo il suo desiderio personale per tipo o punto di partenza, ognuno è sicuro di non voler mai che il bene per il suo prossimo. In ogni tempo e in tutte le credenze l’uomo aveva sempre cercato di far prevalere il suo diritto personale su quello degli altri: la sublimità della religione cristiana invece sta nell’aver preso il diritto personale per base del diritto del prossimo.

 

 

 

877 - La necessità della vita sociale impone all’uomo degli obblighi particolari?

 

«Sì, e in primo luogo quello di rispettare i diritti dei suoi simili: chi così opera sarà sempre giusto. Nel vostro mondo, ove tanti e tanti non praticano la legge di giustizia, ciascuno rende ingiuria per ingiuria: di qui nascono le discordie e la confusione della vostra società. La vita sociale dà diritti e impone doveri reciproci».

 

 

 

878 - Poiché l’uomo è soggetto ad illudersi sulla estensione del suo diritto, che cosa gliene può indicare il limite?

 

«Il limite del diritto che egli riconoscerebbe nel suo simile verso di lui nella medesima circostanza, e viceversa».

 

- Ma se ognuno si attribuisse i diritti del suo simile, che diverrebbe la subordinazione verso i superiori? Non ci sarebbe l’anarchia?

 

«I diritti naturali sono identici per tutti gli uomini, dal più piccolo, al più grande: Iddio non ha fatto gli uni di creta più pura che gli altri, e tutti sono uguali davanti a Lui. I diritti naturali sono eterni: quelli che l’uomo stabilisce periscono con le sue istituzioni. Del resto, ognuno sente benissimo la sua forza o la sua debolezza, e non può non mostrar deferenza verso chi la merita per virtù e per saggezza. Importa che ciò si noti affinché quelli che si credono superiori, conoscano in qual modo debbano meritarsi l’ossequio degli altri. La subordinazione non correrà mai pericolo quando l’autorità sarà data al merito».

 

 

 

879 - Quale sarebbe il carattere dell’uomo, che praticasse la giustizia in tutta la sua purezza?

 

«Quello del vero giusto come Gesù, perché praticherebbe anche l’amore del prossimo e la carità: senza queste virtù non c’è vera giustizia».

 

 

 

Diritto di Proprietà. Furto

 

 

 

880 - Qual è il primo di tutti i diritti naturali dell’uomo?

 

«Quello di vivere: e quindi nessuno ha il diritto di attentare alla vita del suo simile, né di fare cosa, che ne possa mettere in pericolo l’esistenza corporale».

 

 

 

881 - Questo diritto dà all’uomo quello di accumulare di che vivere per il tempo in cui non sarà più atto al lavoro?

 

«Sì; ma deve farlo come l’ape, con onesto lavoro, e non da egoista. Anche alcuni animali gli danno l’esempio della previdenza».

 

 

 

882 - Ha l’uomo il diritto di difendere ciò che ha accumulato col lavoro?

 

«Dio non ha comandato: - Non rubare? - e Gesù non ha detto: - Date a Cesare quel che è di Cesare?».

 

 

 

Quello che l’uomo accumula con un lavoro onesto, è sua legittima proprietà che egli ha diritto di difendere, perché la proprietà, che è il frutto del lavoro, è un diritto naturale altrettanto sacro che quello di lavorare e di vivere.

 

 

 

883 - E’ naturale il desiderio di possedere?

 

«Sì; ma, quando sia per sé solo e per propria soddisfazione personale, diventa egoismo».

 

- Si può dire che il desiderio di possedere sia sempre legittimo, perché chi ha di che vivere non è di aggravio a nessuno?

 

«Ci sono uomini insaziabili, che accumulano senza proprio ed altrui profitto, o per saziare le loro passioni. Credete voi che Dio possa approvarli? Chi, all’opposto, accumula onestamente per i propri bisogni d’avvenire e per aiutare i suoi simili, pratica la legge d’amore e di carità, e chiama sul suo lavoro la benedizione di Dio».

 

 

 

884 - Qual è il carattere della proprietà legittima?

 

«L’essere acquistata senza pregiudizio altrui». (Vedi numero 808).

 

 

 

La legge d’amore e di giustizia vieta di fare agli altri quello che non vogliamo venga fatto a noi, e perciò condanna ogni mezzo di acquistare che le fosse contrario.

 

 

 

885 - Il diritto di proprietà è indefinito?

 

«Ogni acquisto legittimo è senza dubbio una proprietà; ma, come abbiamo detto, la legislazione degli uomini, perché imperfetta, sancisce sovente dei diritti di convenzione, che la giustizia naturale condanna. E’ per questo che essi riformano le proprie leggi secondo il cammino del progresso e secondo che essi si formano un’idea più esatta della giustizia. Ciò che sembra perfetto in un secolo, riesce barbaro nel successivo». (Vedi numero 795).

 

 

 

Carità e Amore del Prossimo

 

 

 

886 - Qual è il vero senso della parola carità secondo il Cristo?

 

«Benevolenza verso tutti, indulgenza per le imperfezioni altrui, perdono delle offese».

 

 

 

Amore e carità sono i complementi della legge di giustizia. Amare il prossimo vuol dire fargli tutto il bene che è in nostro potere, e che vorremmo fosse fatto a noi. Questo intendeva Gesù col suo precetto: Amatevi come fratelli.

 

La carità, poi, secondo il Cristo, non si restringe alla elemosina, ma abbraccia tutti i rapporti che abbiamo coi nostri simili, ci siano essi inferiori, eguali o superiori. Essa ci comanda l’indulgenza, perché noi pure ne abbiamo bisogno, e ci vieta di umiliare i poveri, al contrario di quello che troppo spesso si fa. Presentate al mondo un ricco, ed avrà per lui mille riguardi, mille preferenze; presentategli un povero, e farà mostra di non accorgersene, o, peggio ancora, lo tratterà con durezza, mentre, quanto più è deplorevole il suo stato, tanto più dovrebbe guardarsi dall’accrescerne la sciagura con l’umiliazione. L’uomo veramente buono cerca di rialzare l’inferiore davanti a se stesso, e a diminuire così la distanza che corre fra loro due.

 

 

 

887 - Gesù ha pur detto: Amate anche i vostri nemici. Ma l’amare i nemici non è contrario alle nostre inclinazioni naturali, e l’inimicizia non proviene forse dal difetto di simpatia fra gli Spiriti?

 

«Senza dubbio non si può sentire per i propri nemici un amore tenero e appassionato: il Maestro non l’intendeva così. Amare i propri nemici vuol dire perdonare ad essi e rendere loro bene per male: di questa guisa vi innalzate: con la vendetta vi abbassereste».

 

 

 

888 - Che pensate della elemosina?

 

«L’uomo ridotto ad accattare si avvilisce nel morale e nel fisico: abbrutisce. In una società fondata sulla legge di Dio e la giustizia deve essere provveduto alla vita del debole senza sua umiliazione: essa ha l’obbligo di assicurare l’esistenza degli inetti al lavoro senza lasciarne la vita alla mercé del caso e della eventuale carità».

 

- E’ dunque da biasimare l’elemosina?

 

«No, non è l’elemosina da biasimare, ma spesso la maniera come viene fatta. L’uomo dabbene, che interpreta la carità secondo il Cristo, previene il misero, e non aspetta che gli stenda la mano. La vera carità è sempre dolce ed affabile, e consiste più nel modo che nel fatto. Un servigio reso con delicatezza acquista doppio valore; reso con alterigia, può essere accettato per il bisogno, ma non tocca il cuore. Ricordatevi anche che la ostentazione toglie agli occhi di Dio il merito del beneficio. Col dire: la vostra sinistra ignori ciò che dà la destra, Gesù vi ha insegnato a non offuscare la carità con l’orgoglio. E’ necessario distinguere l’elemosina propriamente detta dalla beneficenza. Non è sempre il più bisognoso colui che accatta: il timore di un umiliante rifiuto trattiene il vero povero, che spesso soffre senza lagnarsi: questo è il povero, che l’uomo veramente benefico sa cercare senza ostentazione. Amatevi come fratelli: ecco tutta la legge divina, con la quale Iddio governa i mondi. L’amore è la legge di attrazione per gli esseri viventi e organizzati; l’attrazione è la legge d’amore per la materia inorganica. Non dimenticate mai che lo Spirito, qualunque sia il suo grado di progresso e la sua condizione come incarnato od errante, è sempre posto fra un superiore, che lo guida e perfeziona, e un inferiore, verso il quale ha gli stessi doveri da compiere. Siate dunque caritatevoli, non solo di quella carità che v’induce a trarre dalla borsa l’obolo, che date freddamente a chi osa domandarlo, ma anche di quella che risparmia il rossore alla povertà vergognosa. Siate indulgenti coi difetti dei vostri simili: invece di sprezzarne l’ignoranza ed il vizio, istruiteli, e moralizzateli. Siate affettuosi e benevoli con tutti, anche con gli esseri più semplici della creazione, e avrete ubbidito alla legge di Dio».

 

 

 

889 - Non ci sono uomini ridotti alla mendicità per propria colpa?

 

«Purtroppo; ma, se una buona educazione morale avesse loro insegnato a praticare la legge di Dio, essi non cadrebbero negli eccessi che ne cagionano la rovina. Da questo, soprattutto, dipende il miglioramento del vostro globo». (Vedi numero 707).

 

 

 

Amore materno e filiale

 

 

 

890 - L’amor materno è una virtù, o un sentimento istintivo comune agli uomini e agli animali?

 

«E’ l’una e l’altra cosa nello stesso tempo. La natura diede alla madre l’amore per i suoi nati nell’interesse della loro conservazione. Nell’animale è limitato ai bisogni materiali, e cessa quando le cure divengono inutili; nell’uomo persiste tutta la vita, comporta le virtù della devozione e del sacrificio, sopravvive anche dopo la morte, e segue il figlio di là dalla tomba. Voi vedete bene che nell’uomo c’è qualche cosa, che non si trova nel bruto». (Vedi numeri 205 - 385).

 

 

 

891 - Se l’amore materno è nella natura, perché ci sono madri che odiano i propri figli, spesso fin dalla loro nascita?

 

«E’ questa qualche volta una prova scelta dallo Spirito che s’incarna, o un’espiazione, se egli stesso fu cattivo padre, o cattiva madre, o cattivo figlio in altra esistenza (vedi n. 392). In tutti i casi, la cattiva madre non può essere animata che da uno Spirito malvagio, il quale tenta di opporsi a quello del figlio, perché soccomba nella prova; ma una tale violazione delle leggi della natura non rimarrà impunita, mentre lo Spirito del figlio sarà ricompensato degli ostacoli che avrà saputo superare».

 

 

 

892 - I genitori, che hanno figli, da cui non traggono che cagione di amarezze e di dolori, non sono scusabili, se non portano ad essi quell’amore che avrebbero loro portato nel caso contrario?

 

«No, giacché hanno appunto il compito di migliorarli a forza d’amore e di far tutti gli sforzi per ricondurli al bene (vedi numeri 582 - 583). D’altra parte quelle amarezze e quei dolori sono spesse volte la conseguenza della cattiva piega che hanno lasciato prendere ai loro nati sin dalla culla: raccolgono allora ciò che hanno seminato».

 

 

 

12 - Perfezione morale

 

 

 

 

 

Virtù e Vizi - Passioni - Egoismo - Caratteri dell’uomo dabbene - Conoscenza di se stesso.

 

 

 

 

 

Virtù e Vizi

 

 

 

893 - Qual è la più meritoria di tutte le virtù?

 

«Tutte le virtù hanno merito, perché tutte sono segni di progresso nella via del bene. E’ virtù ogni resistenza volontaria agli stimoli delle cattive inclinazioni; ma il sublime della virtù sta nel sacrificio dell’interesse personale per il bene del prossimo, senza secondo fine. La virtù più meritoria è quella che si fonda sulla più disinteressata carità».

 

 

 

894 - Alcuni fanno il bene per moto spontaneo senza dover combattere con sentimenti opposti: hanno essi lo stesso merito di quelli, a cui tocca lottare contro i propri istinti, e riescono a vincerli?

 

«In quelli che non hanno più da combattere, è già compiuto il progresso: hanno già lottato e vinto, e quindi a loro i buoni sentimenti non costano alcuno sforzo, e le buone opere paiono semplicissime: per essi il bene è diventato un abito; devono quindi essere onorati come prodi veterani che si sono acquistati sul campo i loro gradi. Siccome siete ancora lungi dalla perfezione, quegli esempi vi stupiscono per il contrasto, e li ammirate tanto più che sono rari; ma sappiate che nei mondi più avanzati del vostro, ciò che tra voi fa eccezione, è la regola. Il sentimento del bene vi è spontaneo, perché non sono abitati che da buoni Spiriti, e una sola cattiva intenzione sarebbe una singolarità mostruosa. Quindi gli uomini vi vivono felici. Sarà così anche sulla terra, quando l’umanità vi si sarà trasformata e comprenderà e praticherà la carità nel suo vero significato».

 

 

 

895 - A parte i difetti ed i vizi, intorno ai quali nessuno può ingannarsi, qual è il segno più caratteristico della imperfezione morale?

 

«L’interesse personale. Le qualità morali sono sovente come la doratura sopra un oggetto di rame, che non resiste al tocco della pietra di paragone. Qualcuno può essere fornito di qualità reali, che ne fanno, per il mondo, un uomo dabbene; ma queste, benché siano un progresso, non resistono sempre a certe prove e talvolta basta toccare la corda dell’interesse personale per metterne a nudo il fondo. Purtroppo, il vero disinteresse e così raro sulla terra, che, se vi si mostra, lo si ammira come una rarità. L’attaccamento smodato alle cose materiali è un segno notorio d’inferiorità, perché, quanto più l’uomo vagheggia i beni di questo mondo, tanto meno comprende il suo destino, mentre, all’opposto, col disinteresse, prova che egli vede l’avvenire da un punto di vista più elevato».

 

 

 

896 - Ci sono alcuni, che sono disinteressati senza discernimento, e prodigano il proprio senza profitto reale, invece di farne un uso ragionevole: hanno qualche merito?

 

«Hanno il merito del disinteresse, ma non quello del bene, che potrebbero fare. Se il disinteresse è una virtù, la prodigalità spensierata è sempre almeno una mancanza di criterio. La ricchezza non è data né ad alcuni, perché la gettino al vento, né ad altri, perché la seppelliscano in uno scrigno: essa è un deposito del quale tutti avranno a render conto, poiché dovranno rispondere del bene che potevano fare e non hanno fatto, e delle lacrime che avrebbero potuto asciugare con l’oro dato a chi ne aveva bisogno».

 

 

 

897 - Colui che fa il bene, non per l’idea di una ricompensa sulla terra, ma nella speranza che gliene sarà tenuto conto nell’altra vita, è riprovevole, e un tal pensiero nuoce al suo avanzamento?. (Vedi numero 894).

 

«Bisogna fare il bene per carità, vale a dire con disinteresse».

 

- Tuttavia ciascuno desidera naturalmente progredire per trarsi dallo stato penoso di questa vita, e gli stessi Spiriti c’insegnano a praticare il bene a questo scopo: è dunque male il pensare che, facendo il bene quaggiù, si starà meglio nel mondo delle anime?

 

«No certamente; ma chi fa il bene senza secondi fini e per solo piacere di essere grato a Dio e al suo prossimo che soffre, è già ad un grado di progresso, che gli permetterà di conseguire l’eterna beatitudine molto prima del fratello, il quale, più positivo, fa il bene per ragionamento, e non è mosso dal bisogno naturale del cuore».

 

- A nostro avviso, qui occorre fare una distinzione fra il bene che un uomo può fare al suo prossimo, e la cura che egli mette nel correggersi dei propri difetti. Comprendiamo come fare il bene col pensiero che ce ne sarà tenuto conto nell’altra vita sia poco meritorio; ma emendarsi, domare le proprie passioni, correggere il proprio carattere per elevarsi, è anche questo un segno d’inferiorità?

 

«Certo che no: per fare il bene intendiamo soltanto esser caritatevole. Chi calcola quanto ogni buona azione possa fruttargli nella vita futura come nella terrestre, opera da egoista; ma egoismo non è il migliorare se stesso per avvicinarsi a Dio, poiché questo è il fine, a cui ciascuno deve tendere».

 

 

 

898 - Se la vita corporale non è che un soggiorno temporaneo sulla terra, e ogni nostra sollecitudine deve appuntarsi nel futuro, è utile l’adoperarsi per acquistare cognizioni scientifiche, che non riguardano se non le cose e i bisogni materiali?

 

«Senza dubbio, in primo luogo perché così vi mettete in grado di aiutare i vostri fratelli, e poi, perché il vostro Spirito salirà più rapidamente, se già progredito in intelligenza. Nella vita erratica si apprende più in un’ora, che in parecchi anni sulla terra. Nessuna cognizione è inutile: tutte contribuiscono più o meno al progresso, perché lo Spirito perfetto deve sapere tutto, e, siccome il progresso deve compiersi in tutti i versi, tutte le idee acquisite servono allo svolgimento dello Spirito».

 

 

 

899 - Di due ricchi, uno è nato nell’opulenza, e non ha mai conosciuto il bisogno; l’altro deve la sua fortuna al proprio lavoro. Ora tutti e due la impiegano esclusivamente a soddisfazione personale. Qual è il più colpevole?

 

«Colui che ha conosciuto i patimenti, perché sapendo ciò che sia soffrire, non alleva i dolori dei suoi simili».

 

 

 

900 - Chi accumula sempre senza far del bene ad alcuno, può avere scusa nel pensiero che lo fa per lasciare di più ai suoi eredi?

 

«E’ un compromesso con la cattiva coscienza».

 

 

 

901 - Di due avari dei quali il primo si priva del necessario, e muore di stento sul suo tesoro; il secondo non è avaro che per gli altri, ma prodigo per sé, mentre rifugge dal più piccolo sacrificio per rendere un servigio e non conosce limiti nel soddisfare i suoi gusti e le sue passioni, quale di essi è più colpevole?

 

«Colui che gode, poiché mostra di essere più egoista che avaro: l’altro ha già pagato una parte del suo castigo».

 

 

 

902 - E’ colpa invidiare la ricchezza per desiderio di fare del bene?

 

«Il sentimento, certamente, sarebbe lodevole, quando fosse sincero; ma questo desiderio è sempre veramente disinteressato, e non cela alcuna mira personale? I primi, a cui vorreste fare del bene in quel modo, non siete quasi sempre voi stessi?».

 

 

 

903 - E’ colpa studiare i difetti altrui?

 

«Sì, e molto grave, come mancanza di carità, se per criticarli e metterli, come suol dirsi, in piazza. Può essere utile, talvolta, se per trarne vero profitto con l’evitarli; ma non bisogna mai dimenticare che l’indulgenza per gli altrui difetti è una delle virtù comprese nella carità. Prima di rimproverare agli altri le loro imperfezioni, badate che forse non si possa dire lo stesso di voi. Unico mezzo di rendervi superiori è quello di ornarvi dei pregi opposti ai difetti che condannate negli altri. Li biasimate, perché avari? Siate voi generosi. Perché superbi? Siate voi umili e modesti. Perché duri di cuore? Siate voi pietosi. Perché gretti? Siate voi magnanimi. In poche parole, fate in modo, che non vi si possano applicare quelle parole di Gesù: Scorge una pagliuzza nell’occhio del suo vicino, e non vede il trave nel proprio».

 

 

 

904 - E’ colpa investigare le piaghe della società e svelarne la bruttezza?

 

«Secondo il sentimento che vi muove. Se chi lo fa non tende che a produrre scandalo, pagherà la soddisfazione personale, che si procura col presentare dei quadri, che d’ordinario sono piuttosto cattivi che buoni esempi. Lo Spirito può essere punito dal piacere, che si procaccia svelando il male».

 

- Come giudicare, in tali casi, della purezza delle intenzioni e dalla sincerità dello scrittore od oratore?

 

«Questo per lo più non giova; ma, in ogni modo, se scrive, o dice cose buone, approfittatene; se no, è una questione di coscienza, che riguarda lui solo. Del resto, se egli vuole provare la sua rettitudine, avvalori i suoi precetti col proprio esempio».

 

 

 

905 - Alcuni autori hanno pubblicato delle opere bellissime e morali, che servono al progresso dell’umanità, ma di cui essi stessi non hanno profittato punto. E’ tenuto conto ad essi, come Spiriti, del bene fatto dalle opere loro?

 

«Morale senza applicazione è seme senza lavoro. A che vi serve la semenza, se non la fate fruttificare per nutrirvi? Questi scrittori sono tanto più colpevoli in quanto avevano l’intelligenza per comprendere, ma non praticando le massime che predicavano agli altri, rinunziarono a coglierne i frutti».

 

 

 

906 - Chi opera bene è da riprovarsi, se ne ha coscienza, e se ne compiace?

 

«Come ha coscienza del male che commette, deve avere anche quella del bene che fa, per sapere se agisce rettamente, o no. Solo pesando ogni sua opera nella bilancia delle leggi di Dio, e specie in quella della giustizia, dell’amore e della carità, egli potrà conoscere se l’opera sua sia buona o cattiva; e quindi approvarla, o disapprovarla. Dunque non si può biasimarlo, se sa di avere trionfato delle sue cattive inclinazioni, e ne gode, purché non ne tragga motivo di vanità, evitando così un male, per cadere in un altro». (Vedi numero 919).

 

 

 

Il principio delle passioni

 

 

 

907 - Il principio delle passioni, che viene dalla stessa natura, è cattivo per se stesso?

 

«No: il male della passione consiste nell’eccesso volontario, giacché il principio ne fu dato all’uomo per il bene; ma egli abusa, e lo converte in colpa».

 

 

 

908 - Come determinare il limite dove le passioni cessano di essere buone, o cattive?

 

«Le passioni sono come i cavalli: utili, se domati; pericolosi, se indomiti. Sappiate dunque che una passione diviene dannosa, quando non potete più dominarla, e in una maniera qualsiasi nuoce a voi stessi o ad altri».

 

 

 

Le passioni sono leve, che moltiplicano le forze dell’uomo, e lo aiutano a compiere i disegni della Provvidenza; ma se, invece di guidarle, egli se ne lascia trascinare, cade negli eccessi, e la forza medesima, che in mano sua poteva fare il bene, gli si ritorce contro, e lo schiaccia.

 

Tutte le passioni hanno il loro principio in un sentimento o in un bisogno di natura, il quale per se stesso non è un male, poiché riposa sopra una condizione provvidenziale della nostra esistenza. La passione propriamente detta è l’esagerazione, di un bisogno o di un sentimento, e consiste non nella causa, ma nell’eccesso, che diventa un male, quando è causa di altri mali.

 

Ogni passione che porta l’uomo verso la natura animale lo allontana dalla spirituale.

 

Ogni sentimento, che lo eleva al di sopra della natura animale, annuncia la prevalenza dello Spirito sulla materia, e lo avvicina alla perfezione.

 

 

 

909 - Potrebbe l’uomo vincere con i suoi sforzi le sue cattive inclinazioni?

 

«Sì, e talvolta con sforzi ben lievi; ma di solito gliene manca la volontà! Quanto sono pochi coloro che cercano di vincere le loro cattive inclinazioni!».

 

 

 

910 - Può l’uomo trovare negli Spiriti assistenza efficace per vincere le sue passioni?

 

«Se prega Dio e la sua Guida con sincerità, i buoni Spiriti gli verranno sicuramente in aiuto, perché questa è la loro missione». (Vedi numero 459).

 

 

 

911 - Ci sono passioni così vive e irresistibili che la volontà sia impotente a domare?

 

«Ci sono molti che con le labbra dicono voglio, e in cuore godono della debolezza della propria volontà. Chi persuade se stesso di non poter vincere le sue passioni, si appaga della sua bassezza; chi, all’opposto, cerca di reprimerle, comprende la sua natura spirituale, ed ogni passo in quella via è un trionfo del suo Spirito sulla materia».

 

 

 

912 - Qual è il mezzo più efficace per combattere il predominio della natura corporale?

 

«L’abnegazione di sé medesimo».

 

 

 

Egoismo

 

 

 

913 - Quale vizio può essere considerato fra tutti come cardinale?

 

«Lo abbiamo detto più volte: l’egoismo, da cui deriva ogni male. Studiate tutti i vizi, e lo ritroverete in fondo a tutti. Pertanto, avrete un bel combatterli, ma non giungerete ad estirparli, fino a che non curerete il male dalla radice, fino a che non ne avrete distrutta la causa. Tendano dunque tutti i vostri sforzi a questo fine, perché in esso sta la vera, paurosa piaga della vostra società. Chi vuole approssimarsi in questa vita alla perfezione morale, strappi dal suo cuore ogni sentimento egoistico, poiché l’egoismo è incompatibile con la giustizia, la carità e l’amore, e soffoca ogni altra virtù».

 

 

 

914 - Dal momento che l’egoismo si fonda sul sentimento dell’interesse personale, pare assai difficile estirparlo completamente dal cuore dell’uomo: vi si riuscirà?

 

«A seconda che gli uomini comprendano meglio le cose dello Spirito, daranno peso minore a quelle della materia. Gioverà, inoltre, a questo scopo, la riforma delle istituzioni umane, che lo mantengono ed eccitano, giacché molto dipende dalla educazione».

 

 

 

915 - Poiché l’egoismo è inerente alla specie umana, non sarà esso sempre un ostacolo al regno del bene assoluto sulla terra?

 

«L’egoismo è certamente la maggiore vostra cancrena; ma è carattere della inferiorità degli Spiriti incarnati sulla terra, e non dell’umanità in se stessa: ora, gli Spiriti, nel purificarsi con successive incarnazioni, si spogliano di esso come di tutte le altre loro impurità. Credete voi di non avere sulla terra alcun uomo, scevro di egoismo e ardente di carità? Ce ne sono più che non si creda: ma li conoscete poco. Se ce n’è uno, perché non ce ne potrebbero essere dieci; se ce ne sono dieci, perché non ce ne potrebbero essere mille, e così via discorrendo?».

 

 

 

916 - L’egoismo, piuttosto che diminuire, cresce con la civiltà, che sembra lo ecciti e alimenti; come mai potrà la causa distruggere l’effetto?

 

«Il male si fa tanto più odioso, quanto più cresce; e appunto la bruttura dei frutti dell’egoismo farà comprendere l’assoluta necessità di estirparlo. Allora, gli uomini vivranno come fratelli, aiutandosi l’un l’altro; allora il forte sarà il sostegno , non l’oppressore del debole, e non si vedrà più alcuno mancare del necessario, perché tutti praticheranno la giustizia e la carità. E’ il regno del bene, che noi Spiriti siamo incaricati di preparare». (Vedi numero 784).

 

 

 

917 - Con quale mezzo si può distruggere l’egoismo?

 

«Di tutte le imperfezioni umane la più difficile a sradicare è l’egoismo, perché viene dall’influenza della materia, di cui l’uomo, ancora troppo vicino alla sua origine, non ha potuto liberarsi, influenza che trova esca in tutto fra voi: nelle vostre leggi, nel vostro ordinamento sociale, nella vostra educazione. L’egoismo scemerà col prevalere della vita morale sulla materiale, e soprattutto delle nozioni che vi dà lo Spiritismo intorno al vostro stato futuro reale e non snaturato dalle finzioni allegoriche, poiché lo Spiritismo bene compreso, quando si sarà immedesimato coi costumi e con le credenze, trasformerà le abitudini, gli usi, le relazioni sociali. L’egoismo è fondato sull’importanza della personalità; mentre lo Spiritismo, ripeto, bene compreso, fa vedere le cose da un punto così elevato che il sentimento personale scompare in certo modo davanti all’immensità dell’ordine cosmico e distruggendo quest’importanza che noi diamo a noi stessi, o almeno riducendola alle sue vere proporzioni, combatte necessariamente l’egoismo. Ciò che il più delle volte rende l’uomo egoista è il danno che gli viene dall’egoismo altrui, perché egli sente il bisogno di tenersi sulla difesa. Vedendo gli altri pensare solo a sé stessi, anch’egli è costretto ad occuparsi di sé più che degli altri. Quando il principio della carità e della fratellanza diverrà la base delle istituzioni sociali e dei rapporti legali fra individuo e individuo, l’uomo penserà meno alla sua persona, vedendo che ci pensano gli altri, e subirà l’influenza moralizzatrice dell’esempio e del contatto. In mezzo al presente eccesso di egoismo occorre non poca virtù per rinunziare alla propria personalità a vantaggio degli altri, che spesso ripagano con l’ingratitudine. E’ per questo che a coloro che possiedono questa virtù, è aperto il regno dei cieli e riserbata la felicità degli eletti, poiché in verità vi dico che nel giorno della giustizia, chiunque avrà pensato solo a se stesso sarà abbandonato, e soffrirà il suo isolamento». (Vedi numero 785).

 

 

 

Oggi non mancano lodevoli sforzi per far progredire l’umanità: si incoraggiano, si stimolano, si onorano i buoni sentimenti più che in qualunque altro tempo, e tuttavia il verme roditore dell’egoismo è pur sempre la piaga sociale. E’ un male positivo, che si riflette su tutti, e di cui ciascuno è più o meno vittima; quindi bisogna combattere come si combatte un’epidemia. A quest’uopo occorre procedere alla maniera dei medici: risalire alla sorgente. Se ne cerchino dunque le cause in tutte le parti dell’ordinamento sociale, dalla famiglia al popolo, dalla capanna al palazzo, e si combattano tutti i moventi palesi o nascosti, che suscitano, nutrono, e svolgono il sentimento dell’egoismo.

 

Conosciute le cause, il rimedio si presenterà da se stesso; non si tratterà più che di combatterle, se non tutte in una volta, almeno parzialmente, e a poco a poco il veleno sarà eliminato. La guarigione potrà tardare, perché le cause sono numerose; ma non sarà impossibile. Si avverta inoltre che, per riuscirci, si deve curare il male dalla radice, cioè per mezzo della educazione, e non di quella educazione che tende a formare degli uomini istruiti, ma di quella che forma uomini virtuosi. L’educazione, rettamente intesa, è la chiave del progresso morale, e quando si conoscerà l’arte di foggiare i caratteri, come si conosce quella di foggiare le intelligenze, gli uomini si potranno raddrizzare, come si raddrizzano le tenere piante. Ma quest’arte richiede tatto finissimo, molta esperienza e profonda osservazione. E’ grave errore il credere che basti avere dottrina per esercitarla con frutto. Chiunque segua con attenzione tanto il figlio del ricco, quanto quello del povero dall’istante della sua nascita, e osservi tutte le perniciose influenze che reagiscono su lui per la debolezza, l’incuria e l’ignoranza di quelli che lo dirigono, vedrà quanto spesso i mezzi che s’impiegano per moralizzarlo siano falsi, e non si meraviglierà d’incontrare nel mondo tante traversie, Si faccia per il morale quanto si fa per l’intelligenza, e si vedrà che, se ci sono nature caparbie, ce ne sono anche, assai più che non si creda, di quelle che domandano solo una buona educazione, per produrre frutti ottimi e copiosi (vedi numero 872).

 

L’uomo vuol essere felice: è questo un sentimento di natura, e quindi si affatica senza posa per migliorare il suo stato sulla terra, e cerca le cause dei suoi mali per rimediarvi. Allorché, dunque, avrà compreso che l’egoismo è la principale di queste cause, quella che genera l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia, l’invidia, l’odio, la gelosia, dalla quale è ferito ogni momento; quella che mette la discordia in tutte le relazioni sociali, che provoca i dissensi, che distrugge la confidenza, che obbliga a tenersi sempre sulle difese contro il vicino; quella, infine, che di ogni uomo fa un nemico, allora comprenderà anche che un tal vizio è incompatibile con la sua felicità, anzi con la sua sicurezza, e quanto più ne avrà sofferto, tanto più sentirà la necessità di combatterlo, come egli combatte la peste, gli animali feroci, e tutti gli altri flagelli. Allora sarà spinto a questa lotta dal proprio interesse (vedi numero 784).

 

L’egoismo è la fonte di tutti i vizi, come la carità è quella di tutte le virtù: distruggere l’uno e promuovere l’altra deve essere lo scopo, a cui devono mirare tutti gli sforzi dell’uomo, che vuole assicurarsi la felicità nella vita presente e nella futura.

 

 

 

Carattere dell’uomo dabbene

 

 

 

918 - Da quali indizi si può riconoscere in un uomo il progresso reale, che deve elevare il suo Spirito nella gerarchia d’oltre tomba?

 

«Lo Spirito dimostra la propria elevatezza col praticare la legge di Dio in tutti gli atti della sua vita corporea, e col comprendere anticipatamente la vita spirituale».

 

 

 

Vero uomo dabbene è quello, che in ogni suo atto pratica la legge di giustizia, d’amore e di carità nella massima sua purezza, vale a dire che non fa mai del male, che fa tutto il bene che può, che non dà a nessuno motivi di lagnanza, che, in poche parole, fa agli altri tutto ciò che vorrebbe fosse fatto a lui.

 

L’uomo penetrato dal sentimento di carità e d’amore verso il prossimo, fa il bene per il bene senz’aspettarne il contraccambio, e sacrifica il suo interesse alla giustizia.

 

E’ buono, umano, benevolo con tutti, perché vede fratelli in tutti gli uomini, senza eccezione di razza o di fede.

 

Se Dio gli ha dato potenza e ricchezza, le riguarda come un deposito, col quale è tenuto a fare del bene; non se ne vanta, perché sa che come Iddio gliele ha date, gliele può ritogliere.

 

Se l’ordine sociale ha posto altri uomini sotto la sua dipendenza, li tratta con bontà, perché gli sono pari davanti a Dio: fa uso della sua autorità per elevarne il morale, non per calpestarli.

 

E’ indulgente per le altrui debolezze, poiché sa di avere a propria volta bisogno d’indulgenza, e ricorda le parole di Gesù: Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra.

 

Non è vendicativo; ma, ad esempio del Cristo, perdona le offese, e rammenta solo i benefici, perché sa che egli sarà perdonato nella stessa misura con la quale avrà perdonato gli altri.

 

Finalmente, rispetta nei suoi simili tutti i diritti che sono imposti dalla legge di natura, come vorrebbe che venissero rispettati i suoi.

 

 

 

Conoscenza di se stesso

 

 

 

919 - Qual è il mezzo pratico e più efficace per migliorarsi in questa vita, e resistere alle seduzioni del male?

 

«Ve lo ha detto un savio dell’antichità: Impara a conoscere te stesso».

 

- Noi comprendiamo tutta la saggezza di questa massima; ma la difficoltà sta appunto nel conoscere se stesso. Qual è il mezzo di riuscirvi?

 

«Fate quello che i migliori degli uomini hanno sempre fatto. Al termine di ogni giorno, esaminate la vostra coscienza: passate in rassegna ogni vostro atto, e chiedetevi se avete mancato a qualche dovere, se alcuno abbia avuto a lagnarsi di voi: così giungerete a conoscervi e a vedere quello che dovete cambiare in voi. Chi ogni sera riandasse tutte le sue azioni della giornata, e si chiedesse che cosa abbia fatto di bene, o di male, pregando Iddio e il suo Spirito protettore d’illuminarlo, acquisterebbe molta forza per il suo perfezionamento, poiché, credetemi, Iddio lo assisterebbe. Interrogate dunque voi stessi, e domandatevi come e con qual fine abbiate agito nei vari casi: se avete fatto cosa che biasimereste negli altri; se avete commesso un’azione che non oserete confessare. E inoltre riflettete: se piacesse a Dio a chiamarmi in questo momento, avrei, rientrando nel mondo degli Spiriti, ove non si può nascondere nulla, a temere la vista di qualcuno? Riflettete bene su quello che potete aver fatto contro Dio, poi contro il prossimo, e finalmente contro voi stessi. Le risposte daranno pace alla vostra coscienza, o indicheranno un male, al quale dovete riparare. La conoscenza di se stesso è dunque la chiave del miglioramento individuale. Ma, direte voi, come possiamo essere sicuri di giudicarci rettamente? L’illusione dell’amor proprio non attenua le colpe, e non le fa scusare, così che l’avaro si crede economo e previdente, e l’orgoglioso crede di essere un uomo che cura la propria dignità? Questo è vero, purtroppo, però avete un mezzo di controllo, che non vi può ingannare. Allorché siete dubbiosi sul valore di una vostra azione, chiedetevi come la giudichereste, se fosse fatta da altri: se in questo caso la biasimereste, essa non potrebbe essere più legittima in voi, giacché Iddio non ha due pesi per la giustizia. Cercate, inoltre, di sapere che cosa pensino di voi gli altri, e non trascurate l’opinione dei vostri nemici, poiché questi non hanno alcun interesse a travisare la verità, e spesso Iddio ve li pone a fianco quasi come uno specchio per ammonirvi con maggiore franchezza che non farebbe un amico. Chi fermamente si vuole migliorare scruti dunque la sua coscienza per estirparne le cattive inclinazioni, come strappa le cattive erbe dal suo giardino; faccia il bilancio della sua giornata morale, come il mercante fa quello delle sue partite e dei suoi guadagni, e vi assicuro, che ne trarrà un profitto assai maggiore. Quando egli si possa rispondere che la sua giornata fu buona, può addormentarsi in pace, senza temere che la morte possa sorprenderlo nel sonno. In applicazione di questo consiglio, rivolgete a voi stessi delle domande nette e precise, e non temete di moltiplicarle. Si possono ben dedicare ogni giorno alcuni minuti per la conquista della felicità! Non lavorate tutti i giorni per accumulare di che sostentarvi nella vecchiaia? Quel benché tardo riposo non è l’oggetto di tutti i vostri desideri, lo scopo che vi fa sopportare tante fatiche e tante privazioni momentanee? Ordunque, che cosa è quel riposo di pochi giorni dagli acciacchi del corpo, in confronto di quello che è riservato all’uomo virtuoso? Non vale esso la pena di fare qualche sforzo? So che molti obiettano che il presente è certo, ma che è incerto l’avvenire; ma appunto questo è il pensiero che noi siamo incaricati di distruggere in voi, ed è per questo che vogliamo farvi conoscere questo avvenire in modo che non vi possa lasciare alcun dubbio nell’animo. A questo scopo, abbiamo dapprima svegliata la vostra attenzione con fenomeni atti a colpire i sensi, e poi vi diamo istruzioni che ciascuno di voi è tenuto ad applicare e a diffondere».

 

 

 

Molti errori che commettiamo ci passano inosservati; ma se interrogassimo più spesso la nostra coscienza, vedremmo quante volte abbiamo mancato senza accorgercene per non aver indagato la natura e il movente dei nostri atti. La forma interrogativa esige risposte categoriche per sì, o per no, che non lasciano via di mezzo. Dalla somma delle risposte, possiamo calcolare quella del bene e del male, che sta in noi.