Bosco Giovanni

Bosco Giovanni, caso di San Giovanni Bosco (1815-1888) era certo dotato di facoltà paranormali, e intorno a lui si svolgevano spesso fenomeni a carattere di Poltergeist: venti freddi, rumori vari, movimenti di oggetti. Particolarmente noto è rimasto un caso da lui stesso riferito nella sua operetta Cenni sulla vita del giovane Luigi Comollo: il Comollo era stato un suo compagno di seminario, morto molto giovane, ed egli parla dell'episodio senza nominarsi, indicandosi semplicemente come «un compagno». Lo riportiamo con le sue stesse parole.

«... la ragione per cui la morte del Comollo fece sì grande impressione, furono due apparizioni del medesimo seguite dopo la sua morte. Io mi limito ad esporne una di cui fu testimone un intero dormitorio; avvenimento che ha destato rumore dentro e fuori del seminario. Questa visita straordinaria venne fatta ad un compagno, con il quale esso Comollo era stato in amicizia mentre viveva.

Ecco come lo stesso compagno narra il fatto. Nelle nostre amichevoli relazioni, seguendo ciò che avevamo letto in alcuni libri, avevamo pattuito fra noi di pregare l'un l'altro, e che colui il quale primo fosse chiamato all'eternità, avrebbe portato al superstite notizie dell'altro mondo. Più volte abbiamo la medesima promessa confermata, mettendo sempre la condizione se Dio avesse ciò permesso e fosse stato di Suo gradimento. Simil cosa si fece allora come una puerilità, senza conoscerne l'importanza; tuttavia fra noi si ritenne sempre sul serio quale sacra promessa da mantenersi. Nel corso della malattia del Comollo si rinnovò più volte la medesima promessa, e quando venne a morire se ne attendeva l'adempimento non solo da me, ma anche da alcuni compagni che ne erano informati. Era la notte del 4 aprile, notte che seguiva il giorno della sua sepoltura, ed io riposavo con gli alunni del corso teologico in quel dormitorio che dà nel cortile a mezzodì. Ero a letto, ma non dormivo e stavo pensando alla fatta promessa, e quasi presago di ciò che doveva accadere, ero in preda a una paurosa commozione. Quando, sullo scoccare della mezzanotte, odesi un cupo rumore in fondo al corridoio, rumore che rendevasi più sensibile, più cupo e più acuto mentre si avvicinava. Pareva quello di un carrettone, di un treno di ferrovia, e quasi dello sparo di un cannone. Non saprei esprimermi se non col dire che formava un complesso di fragori così vibranti e in un certo modo così violenti, da recare spavento grandissimo e togliere la parola di bocca a chi l'ascoltava. Ma nell'atto che si avvicinava lasciava dietro di sé rumoreggianti le pareti, la volta, il pavimento del corridoio, come se fossero costruiti di lastre di ferro scosse da un potentissimo braccio. II suo avvicinarsi non era sensibile in modo da potersi misurare il diminuirsi delle distanze, ma lasciava un'incertezza quale lascia una vaporiera, della quale talora non si può conoscere il punto ove si trova nella sua corsa, e si è costretti a giudicare dal solo fumo che si stende per l'aria.

«I seminaristi di quel corridoio si svegliano tutti, ma niuno parla. Io ero impietrito dal timore. Il rumore si avanza, ma sempre più spaventoso: è presso il dormitorio, si apre da sé violentemente la porta del medesimo; continua più veemente il fragore senza che alcuna cosa si veda, eccetto una languida luce, ma di vario colore, che pareva regolatrice di quel suono. A un certo momento si fa un improvviso silenzio, splende più viva quella luce, e si ode distintamente la voce del Comollo che, chiamato per none il compagno tre volte consecutive, dice: "Io sono salvo!". In quel momento il corridoio divenne ancor più luminoso; il cessato rumore di bel nuovo si fece udire di gran lunga più violento, quasi tuono che sprofondasse la casa, ma tosto cessò ed ogni luce disparve. I compagni. balzati dal letto, fuggirono senza saper dove. Si raccolsero alcuni in qualche angolo del dormitorio, si strinsero altri intorno al prefetto di camerata, che era Don Giuseppe Fiorito da Rivoli; tutti passarono la notte aspettando ansiosamente il sollievo della luce del giorno. Io ho sofferto assai, e tale fu il mio spavento che in quell'istante avrei preferito di morire. Di qui cominciò una malattia che mi portò all'orlo della tomba, e mi lasciò così male andato di sanità, che non ho potuto più riacquistarla se non molti anni dopo. Lascio a ciascun dei lettori a fare di questa apparizione quel giudizio che crederà, avvertendo prima però che dopo tanti anni sono oggigiorno ancora fra i vivi alcuni testimoni dei fatti». (R.)

 

Fonte: L'Uomo e l'ignoto: enciclopedia di parapsicologia e dell'insolito diretta da Ugo Dettore - ARMENIA EDITORE (pagine 193-194).